Catania: iI caso «esemplare» della piazza di Santa Maria di Gesù

SMariaGesùpiazza 1900«Lungo la strada Androne che da S. Domenico già fuori le mura mena a Cibali con due filari di platani sino alla piazza di S. M. di Gesù, fra orti ed ameni giardini sorge questa chiesa unita a un solitario albergo che sin dal 1442 fu abitato dai Minori osservanti introdotti in Catania per opera di S. Berbardino da Siena, come si crede. Nel 1626 venne ceduto ai Minori riformati. Nel 1693 chiesa e convento crollarono, ma indi furono riedificati nello stesso luogo ove attualmente è la piazza di S. Maria di Gesù».

 

Così Giuseppe Rasà Napoli nella sua Guida e breve illustrazione delle chiese di Catania e sobborghi del 1900 descrive la chiesa di Santa Maria di Gesù, che dà nome alla piazza e che ora rimane quasi nascosta alla vista, stretta tra la poderosa mole dell’Istituto Tecnico Industriale “Archimede” e gli alti palazzi, sorti negli anni Sessanta del secolo scorso.

Il sito del complesso monastico, qual era all’inizio del secolo scorso prima che le logiche della cementificazione ne stravolgessero il volto, per altra via, è documentato da una foto scattata nel 1900.

L’oasi suburbana, nella quale si inseriva il cenobio, era destinata a svanire tra fiumi di cemento, a discapito delle presenze edilizie ivi esistenti, fatto salvo l’edificio religioso sopravvissuto allo scempio, sia pure in posizione defilata e marginale.

La chiesa, intitolata a Santa Maria di Gesù, nacque intorno alla metà del XV secolo, quando era già compiuta la riforma che divise l’ordine francescano nelle tre famiglie dei frati Minori Osservanti (ordo fratrum minorum), frati Minori Conventuali (ordo fratrum minorum conventualium) e frati Minori Cappuccini (ordo fratrum minorum capucinorum).

Nel secondo decennio del XVI secolo, il nobile don Alvaro Paternò fece erigere nella chiesa la cappella funebre di famiglia. «Alvaro della stirpe dei Paternò insigne per serie di cavalieri, uomo di molta probità, amò il tempio di Dio e la patria, e vivente eresse questa cappella pensando alla morte», si legge nell’iscrizione sul portale, datata 1519.

Senatore romano, giurato, ambasciatore alla Regina e al Viceré, don Alvaro Paternò (1430-1523) fu patrizio di Catania negli anni 1499-1500, 1505-1506, 1512-1513.

PierreMortierProtettore delle arti, nel 1486 egli elargì una ricca somma per la decorazione dell'arca delle reliquie di Sant’Agata e, nel contempo, impose l’affidamento della commissione a Vincenzo Archifel.

Per i lavori nella chiesa, don Alvaro si rivolse ad Antonello Gagini, della cui presenza in loco rimangono la Madonna col Bambino, posta al 2° altare sinistro, e la Pietà nella lunetta del portale marmoreo, che dà accesso alla cappella Paternò.

Federico De Roberto ne fa menzione nella sua guida di Catania del 1907: «Del valoroso scultore palermitano è qui la statua della Madonna col Bambino, opera giovanile, ma già egregia, documento quindi della precocità di quel mirabile ingegno». E ancora: «La porta gaginesca, allogata da don Alvaro Paternò ad Antonello nel 1518, per il prezzo di onze 30 - 382 lire e 50 centesimi -  ha due pilastri di ordine corintio, scanalati, con contropilastri ornati d’acanto; sull’architrave il frontespizio semicircolare racchiude un gruppo di mezze figure: il Cristo morto tra Maria e la Maddalena, con due genietti ai lati, in tutto tondo, ciascuno dei quali regge uno scudo di casa Paternò».

La chiesa è segnalata, con il titolo di Santa Maria di Jesu, nelle incisioni cinquecentesche con prospettiva a volo di Catania, l’una di Pierre Mortier del 1575 e l’altra di don Antonio Stizza del 1592. Il sito, indicato con il numero 45, si trova a nord, quasi a ridosso della cinta muraria, a poca distanza da quello dei Cappuccini, indicato con il numero 44.PierreMortier part

La chiesa di Santa Maria di Gesù faceva parte di un contesto unitario, che comprendeva il convento dei Minori Osservanti con la sua selva e una limitrofa casina con giardino. Il complesso monastico di fondazione quattrocentesca era immerso nella solitaria e suggestiva quiete di una campagna coltivata e costellata di casali.

L’amenità del luogo non sorprende, se si considera che il sito si trovava in una zona attraversata dal Lòngane, un grande corso d’acqua, che dal colle di Santa Sofia, odierno quartiere Cibali, sfociava nel mare di Ognina.

Coperto dalla lava a seguito dell’eruzione del 1381, il fiume continuò a scorrere nel sottosuolo. Nel 1625, il vescovo decise di utilizzarne le acque per realizzare, con il ricco contributo dei monaci benedettini, il primo acquedotto esterno alla cinta muraria, in parte sotterraneo e in parte sopraelevato, destinato all’approvvigionamento idrico del monastero e di parte della città.

L’acquedotto, detto di Cifali, che ancora oggi alimenta l’antico lavatoio di Cibali, prese il nome da kefalé, ossia capo, essendo origine dell’acqua.

L’acqua di Cifali, utilizzata anche per azionare due mulini, serviva gli orti e i giardini della parte alta della città,  esclusa dal sistema idrico alimentato dal corso sotterraneo dell’Amenano, che riforniva la parte bassa dell’abitato.

I concessionari dell’acqua di Cifali furono numerosi all’interno della cerchia urbana, ricca di orti e giardini. Gli atti citano i nomi di molti aristocratici, come i Gravina, i Paternò, i Tornabene.

In città la richiesta di acqua era alta anche da parte dei religiosi. I maggiori fruitori erano i Benedettini, ma fra i concessionari c’erano anche i Cappuccini vecchi, i Carmelitani, i Gesuiti, e ancora il convento di Santa Caterina, quello della Speranza e quello di San Francesco.

Nel 1649 la penuria di acqua spinse i Benedettini ad acquistare la sorgente della Licatia, per realizzare un nuovo acquedotto, più lungo di quello di Cifali e più ricco di opere accessorie, quali mulini e gebbie.

L’eruzione lavica del 1669, che devastò l’area a ovest della città, rese più appetibile l’area a nord, alla quale si rivolse l’attenzione del ceto egemone per la realizzazione delle residenze suburbane.

Una grande quantità di orti e giardini, nonché di casini di villeggiatura, fiorì extra moenia intorno al complesso monastico di Santa Maria di Gesù e intorno al Borgo. 

Il terremoto del 1693 decimò la popolazione, distrusse quasi interamente la città, danneggiò gli acquedotti che garantivano l’approvvigionamento idrico dell’abitato, compresi i numerosi orti e giardini intra moenia.

Non scampò al sisma il cenobio di Santa Maria di Gesù, che con decreto di Urbano VIII nel 1626 era passato ai frati Minori Riformati, un ramo dei Minori Osservanti. Il terribile terremoto risparmiò, invece, la cappella dei Paternò che, nella riedificazione della chiesa e del convento, conservò la sua ossatura gotico-normanna.

Il piano di ricostruzione della città, approntato dal duca di Camastra, ridisegnò il tessuto urbano, cancellando l’impianto preesistente, che si conservò frammentario solo in alcune tracce superstiti.

Gran parte degli antichi giardini intra moenia, che nel Seicento erano stati i luoghi di delizia degli aristocratici locali, furono sacrificati per far posto al tracciato delle nuove strade e alla costruzione delle nuove fabbriche.

Nel secondo decennio del Settecento, su iniziativa dei Paternò, il sistema idrico della città si arricchì grazie alla realizzazione dell’acquedotto, che attraverso la Porta Regia, convogliava in città l’acqua del Fasano.

Già da tempo, i Paternò erano proprietari di una sorgente d’acqua sotterranea, modesta e irregolare, cheproveniva dalla stessa vena di Cifali e scaturiva nei pressi del convento di Santa Maria di Gesù. In prossimità della sorgiva, don Michelangelo Paternò Castello decise di edificare il suo casino di villeggiatura, sorto forse sui resti di una precedente analoga costruzione del secolo precedente.

Ampliata nel secondo Settecento e poi ristrutturata a distanza di un secolo, la bella residenza suburbana, nota come Villa Carcaci, non resse agli attacchi della speculazione edilizia e negli anni Sessanta del Novecento fu demolita per far posto a un alto fabbricato.

SebastianoIttarTravagliata fu pure la sorte del complesso monastico e della selva. Lo schizzo di Sebastiano Ittar attesta lo stato dello slargo di Santa Maria di Gesù nel secondo decennio dell’Ottocento; sono visibili  la villa Carcaci, il muro con la Via Crucis, che la collegava al convento, e la selva del cenobio.

L’oasi suburbana cominciò a essere erosa sin dagli anni immediatamente successivi all’Unità d’Italia, avvenuta nel 1861. A seguito delle leggi promulgate in epoca post-unitaria, l’una (n. 3036) del 7 luglio 1866 sulla soppressione delle corporazioni religiose e l’altra (n. 3848) del 15 agosto 1867 per la liquidazione dell'asse ecclesiastico, i beni religiosi furono acquisiti dal demanio.

Il complesso monastico di Santa Maria di Gesù fu utilizzato dal Comune come sede di un Ospizio di Mendicità. I terreni furono venduti all’asta nel volgere di circa quattro anni.

Nella foto del 1904, la mole di villa Carcaci domina ancora al centro della spianata tra il tracciato in salita della via Cifali, a sinistra, e la cancellata che aveva sostituito il muro con la Via Crucis, a destra, dove affaccia la villa Peratoner, una nuova presenza edilizia nota anche come villa Emilia.

L’edificio era sorto nella selva piccola, già adibita a cimitero della comunità religiosa. Il terreno, per concessione dei frati, in epoca pre-unitaria, aveva dato sepoltura anche ai defunti appartenenti al folto gruppo di protestanti, presenti in città. La soppressione degli ordini monastici e la confisca dei loro beni, in epoca post-unitaria, posero fine alla concessione.

Nel 1870 la selva piccola fu acquistata all’asta pubblica da Augusto Peratoner, figlio di Antonio, un imprenditore austriaco che, trasferitosi a Catania intorno al 1834 per svolgervi attività commerciale in vari settori, prese dimora in via Garibaldi, nel palazzo magnatizio degli Asmundo, principi di Gisira. Nel terreno della selva piccola Antonio Peratoner e la moglie avrebbero trovato sepoltura, alla loro morte, avvenuta tra il 1883 e il 1884.SMariaGesùpiazza 1904

Assediata la famiglia Peratoner da un lungo contenzioso di natura fallimentare, la proprietà della selva piccola già nel 1871 passò alla moglie di Augusto, Emilia Jacob, una ricca tedesca.

I due coniugi penono non poco per portare a termine la costruzione della villa di tredici vani, finita solo nel 1897. Restava da completare la recinzione, che comportava la distruzione di un muro con la Via Crucis. Ne scaturì un contenzioso con le autorità religiose, risoltosi nel 1900 con il versamento di un’offerta in denaro.

Nel fabbricato di due piani, che grazie al tetto a spioventi meritò il soprannome di “chalet svizzero”, Emilia Jacob visse, anche dopo la dipartita del marito nel 1902, sino alla morte nel 1920.

Messa in vendita dagli eredi, la proprietà stentò a trovare acquirenti, a causa dell’imbarazzante presenza delle tombe. Solo sul finire degli anni Trenta fu acquistata da Salvatore Gangemi, un ricco commerciante che, trasferite le salme dei Peratoner nel locale cimitero, restaurò la palazzina e nel 1951 ne costruì una seconda gemella. A distanza di tre anni la proprietà passò ai suoi legittimi eredi, la villa Emilia  al figlio e la villa gemella alla figlia.

Venduta nel 1956, la villa Peratoner fu demolita, nello stesso torno di tempo della villa Carcaci, per far posto a due edifici alti dieci piani.

Nel 1871, anche la selva grande dei Minori Riformati fu venduta in pubblica asta e acquistata da un cambiavalute, che sarebbe fallito a distanza di soli tre anni.

Era ancora da venire il Piano di ampliamento e di risanamento della città, affidato a Bernardo Gentile Cusa nel 1879 dal sindaco, marchese Antonino di Sangiuliano, e presentato ufficialmente all’Amministrazione nel 1887, per essere discusso nella primavera del 1888.

Ritornata al demanio a seguito di fallimento del proprietario, la selva grande dei Minori Riformati fu lottizzata, quando l’apertura del viale Regina Margherita, che divise il terreno in due parti, rese particolarmente ambita la zona per i notabili della città.

 

Due dei numerosi lotti furono acquistati dal professore Gesualdo Clementi, per costruirvi il sanatorio e la casa di abitazione, realizzati su progetto dell’architetto Carlo Sada nei primi anni del nuovo secolo.istituto archimede2rid

Sul lato opposto, ben quattro lotti di circa 10.000 mq. servirono  per la costruzione dell’edificio, destinato alla Regia Scuola Tecnica, poi Regio Istituto Industriale e ora Istituto Tecnico Industriale “Archimede”, completato nel 1933 su progetto di Francesco Fichera.

L’edificio dell’allora Regio Istituto Industriale, con prospetto principale sul viale Regina Margherita, occupò l’ampio isolato tra la via Ipogeo e lo slargo di Santa Maria di Gesù, che nella prima metà del Novecento conservava ancora il suo aspetto reso suggestivo dalle presenze edilizie e da una maestosa corona di alberi.

L’oasi suburbana era destinata a soccombere  all’avanzare degli interessi speculativi e della cementificazione selvaggia. Si sarebbe salvata la chiesa che, dichiarata monumento nazionale nel 1920, fu restituita ai Frati Minori nel 1938 e nel 1949 fu elevata a parrocchia.

I lavori che comportarono la demolizione della Villa Carcaci con i suoi ventitre vani, tre vaste gallerie e quasi tutto il verde esistente, presero il via sul finire del 1962.

Ancora nel 1966 la vicenda aveva eco sul quotidiano «l’Unità», che nella pagina dedicata al “sacco delle città italiane” stigmatizzavail caso del «progetto di costruzione in piazza S. Maria di Gesù, proprietà Carmelo Costanzo». 

L’articolo, pubblicato in data 8 settembre 1966, conteneva trascrizionetestuale di quanto risultante agli atti:«In data 16.1.1960 veniva presentato dall’architetto Crisafulli un progetto di trasformazione della Villa Carcaci in una nuova costruzione di civile abitazione. Proprietario del terreno era allora il sig. Giuseppe Buonaccorsi di Reburdone. Esecutrice dei lavori era indicata l’Impresa Fratelli Costanzo. Il progetto prevedeva la costruzione di un edificio composto di un piano terra e di 14 piani elevati, con una superficie coperta di mq. 2.680 alla prima elevazione e di mq. 821 per la torre sovrastante,  con una elevazione di m. 51.50».

Giuseppe Bonaccorsi di Reburdone era proprietario della villa dal 1952, quando l’aveva acquistata al prezzo di £ 74.500.000 da Francesco Paternò Castello, XI duca di Carcaci, in comproprietà con il fratello Luigi, poi deceduto nel 1953.

Il progettista dell’unità abitativa, citato nell’articolo del quotidiano «l’Unità» come architetto Crisafulli, è indicato come architetto Aldo Indelicato nel libro di Elio Micchiché, edito nel 2006 con il titolo S. Maria di Gesù Da villa Carcaci alla selva dei frati.

La Commissione urbanistica, nella seduta del 17 marzo 1960, rifiutò il parere favorevole con la motivazione che il costruendo edificio «oltre a violare la zonizzazione, turba gravemente ed irrimediabilmente l’armonia del complesso paesistico della Piazza S. Maria di Gesù, che è di eccezionale ed insostituibile pregio nel complesso urbanistico della città». Il 29 marzo il sindaco Luigi La Ferlita, prossimo alla scadenza del mandato, notificò il suddetto parere sfavorevole al proprietario del terreno.

Nel novembre 1960 si insediò il sindaco Salvatore Papale, rimasto ai vertici dell’amministrazione comunale sino al dicembre 1964, quando subentrò in carica Antonino Drago.AntonioZacco

Nell’articolo del quotidiano «l’Unità»  si legge che il 3 settembre 1962 la domanda di licenza, richiesta ad altro nome, fu ripresentata su un progetto leggermente modificato, che prevedeva 12 piani anziché 14. Il 9 ottobre dello stesso anno venne espresso parere favorevole, previa osservanza di alcune condizioni. Due mesi dopo fu concessa la licenza, vincolata ad alcune limitazioni, e il progetto ebbe il definitivo nullaosta nel gennaio 1963.

Si legge ancora che, comunque, nel mese di novembre 1962 si era già dato «inizio ai lavori di demolizione della Villa Carcaci, con la quasi totale distruzione del verde esistente. Su tale demolizione la Sovrintendenza ai monumenti di Catania chiese chiarimenti al Comune ed avutili... pur prendendo atto delle fornite assicurazioni, rilevava che “la suddetta area era compresa in quel vasto perimetro esaminato ed approvato dalla Commissione provinciale per la tutela delle bellezzenaturali di Catania”, concludendo sulla opportunità che gli elaborati in questione venissero trasmessi per visione e parere alla stessa Sovrintendenza».

Nel novembre 1962, a distanza di pochi giorni dall’avvio delle opere di demolizione, la proprietà del terreno passò a Carmelo Costanzo, che lo acquistò  al prezzo di £ 160.000.000, per elevarvi uno dei tanti cubi abitativi, destinati a sostituire edifici di pregio storico con l’effetto di stravolgere il volto della città.

Nella stessa piazza di Santa Maria di Gesù cadeva al contempo anche la villa dei Peratoner, per far posto a due scatoloni gemelli di dieci piani.

Nell’ottobre 1963 a Catania scoppiò lo scandalo edilizio, che coinvolse l’avvocato Antonio Succi allora vice sindaco, nonché assessore ai lavori pubblici, e diversi funzionari del Comune. Si arrivò, persino, alla denuncia contro ignoti presentata alla magistratura dal sindaco, avvocato Salvatore Papale, per avvenuta falsificazione di licenza edilizia.

Di fatto l’impresa Costanzo, in dispregio delle intimazioni provenienti dai nuovi vertici della Soprintendenza e del Comune, proseguì i lavori, autorizzati dalla licenza edilizia del gennaio 1963.

Di fatto rimase sfigurato per sempre un luogo «di eccezionale e insostituibile pregio nel complesso urbanistico» di Catania.Zurria

Del poetico scenario, che era cornice di Villa Carcaci, rimane testimonianza in una incisione di Antonio Zacco del 1793, con la Veduta dell’Etna dal Piano di Santa Maria di Gesù. L’incisione offre una suggestiva veduta del vulcano, dalla vetta fumante alle pendici con l’abitato di Nicolosi, i Monti Rossi, la Valle del Bove sino alla parte alta del Borgo. In primo piano si vede lo slargo di Santa Maria di Gesù con la villa dei Paternò di Carcaci e il monumentale cipresso, di quasi quattrocento anni.

Di fatto Catania rimase priva di uno scenario di suggestiva bellezza, del quale la Villa Carcaci era parte. La sua facciata intervallata da finestroni, il suo scalone a tenaglia, le sue terrazze pensili, la sua ricca vegetazione, il muro con la Via Crucis, che la collegava al convento, sono ben visibili in una incisione di Salvatore Zurria del 1847. La litografia offre una veduta del Piano di Santa Maria di Gesù, dove si distinguono la Villa Carcaci, i quattordici tabernacoli con le stazioni della Via Crucis, dipinte su lastra di ardesia, e il secolare cipresso.

La spianata, dominata dal sontuoso prospetto di villa Carcaci «trova tutt’intorno al convento e nelle immediate adiacenze, pingui giardini, orti e ville, alimentati dall’acqua di Carcaci, nel frattempo copiosamente giunta a valle dalle balze di S. Sofia», si legge ne La Sicilia illustrata  nella storia, nell’arte, nei paesi di Gustavo Chiesa, pubblicata nel 1892.

Più delle colate del magma e dei sussulti del terremoto poterono a Catania le ragioni del piccone demolitore, dettate dagli interessi della speculazione edilizia, che sfigurò il volto della città, cancellando luoghi e annullando memorie, con la complice ignavia degli abitanti.

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