Catania: l’Esposizione del 1907, una rassegna di uomini e donne (parte IV)

1 EsposizionCataniaNel disegno degli organizzatori e nel progetto dell’ingegnere Luciano Franco la II Esposizione Agricola Siciliana e Mostra Campionaria Nazionale, aperta a Catania dal 14 aprile al 1° dicembre 1907, ha da essere lo specchio di una città che ambisce al ruolo di “Milano del Sud”, epicentro di una Sicilia moderna.

 

«Catania scopre il suo fecondo seno all’ammirazione degli ospiti. I prodotti delle sue arti, delle sue industrie coraggiose che, nella distrazione dei cittadini, lanciano nuovi camini fumanti al cielo e stendono nuovi ampi opifici sulle lave aspre, rivelano una grande marcia compiuta da una città che in Sicilia può considerarsi come la Milano della Lombardia», commenta dalle pagine della rivista «La Riforma» del 21 maggio 1907 il “conte di Stein”, alias avvocato Giuseppe Simili, esponente del partito radicale catanese. 2 Passiaturi 1935(Nella foto il vecchio lungomare con le ciminiere sullo sfondo).

I «camini fumanti al cielo» avevano massima concentrazione nel tessuto urbano a nord della Stazione. Le ciminiere di mattoni a cotto, coronate da capitelli di varia foggia, sparse lungo il tracciato settentrionale della via Messina, ora viale Africa, erano il segno più palese della «grande marcia» di Catania, che dal 1885 al 1905 fu la principale sede degli opifici per le lavorazioni dello zolfo.

Le «industrie coraggiose» insediate sulle aspre lave dell’Armisi, in prossimità della Stazione, appartenevano ai pionieri delle ciminiere catanesi, dagli imprenditori locali come Vasta, Paternò Raddusa, Marano, Alonzo e Consoli, a quelli trapiantati a Catania dall’estero, quali i danesi Sarauw, gli inglesi Trewhella, i tedeschi Fog. Nelle loro raffinerie, nate nell’ultimo ventennio dell’Ottocento in prossimità del nodo ferroviario e marittimo insieme con depositi e magazzini di spedizione, si svolgevano le operazioni di molitura e confezione in “pani” dello zolfo, che affluiva grezzo dai bacini minerari della Sicilia centro-occidentale, incrementando lo sviluppo manifatturiero della Sicilia orientale. (Nella foto 3 Raffinerie interno1910l’interno di una raffineria).

Di quel traffico minerario e degli effetti ambientali prodotti dalle ciminiere, lo scrittore Antonio Aniante, nel suo romanzo Figlio del sole, ebbe a rendere sintetica quanto efficace descrizione: «sui vagoni che filano veloci sulla strada ferrata ho visto lo zolfo grezzo arrivare dalle cave agli stabilimenti catanesi, che sono fra i più grandi del mondo, con i loro alti e grossi camini che fumano giorno e notte, dietro la stazione centrale in riva al mare. Questo il primo spettacolo che offre Catania ai visitatori. E tutto un vasto quartiere, che vive di zolfo e nello zolfo; è la zona gialla della città, dell’oro giallo che si trova sparso come sabbia, come pie tre, sulla strada, dinanzi le case, nei cortili, sui tetti, ai balconi e alle finestre, qua e là portato dal vento. Il lento ma penetrante fumo dello zolfo domina da incontrastato re. Ma tutta la città è all’insegna dello zolfo». (Nella foto del 1905 le ciminiere e la Stazione dalla via VI Aprile).4 Via VI Aprile con ciminiere 1905

Il «vasto quartiere, che vive di zolfo e nello zolfo» ebbe origine dal combinarsi di due fattori, entrambi di epoca post-unitaria: il rilancio dell’industria legata all’oro giallo e la nascita della strada ferrata determinante per lo sviluppo del traffico minerario.

La prima raffineria nacque a Catania nel 1864, quando lo zolfo cominciò ad essere di largo impiego nell’industria chimica e nella viticoltura; i primi opifici furono insediati in aree rurali distanti dall’abitato. Nel 1866 l’arrivo del primo treno da Messina inaugurò la stazione ferroviaria, costruita sulla scogliera dell’Armisi, all’incrocio della vecchia via Messina con via Zappalà, che attraversava piazza Nicosia e piazza Cappellini permettendo di raggiungere piazza Stesicoro; il sito assicurava dovuta ampiezza allo spiazzo antistante e offriva facile collegamento con i tracciati viari diretti verso il centro della città. Nel 1867 la linea ferrata Messina-Siracusa, di forte impatto per l’area della “Marina”, realizzò 5 Porto 1900la saldatura tra traffici ferroviari e traffici portuali. (Nella foto del 1900 una veduta di Catania dal porto).

La prossimità ai nodi del traffico ferroviario e portuale destinò la via Messina ad asse portante degli opifici e dei depositi di zolfo. A tutelare gli abitanti dagli effetti inquinanti e dal rischio di incendi intervenne il decreto prefettizio del 1878, che vietò la costruzione di opifici di zolfo all’interno della città. Al dettato del decreto ubbidì la Società Generale degli zolfi di Parigi, impiantando nel 1878 la propria raffineria in località Fontanarossa. Ma, grazie al persistere della qualifica di “strada esterna e di campagna”, il tracciato della via Messina a nord della stazione fu la zona più vantaggiosa per impiantare raffinerie e depositi di zolfo. 6 Raffinerie esterno1910(Nella foto un gruppo di raffinerie nella via Messina, attuale viale Africa).

Nel 1881, ristrutturato e ampliato l’edificio della Stazione ferroviaria, si provvide a nobilitare il raccordo con piazza dei Martiri. Il tratto della via Messina, oggi via VI Aprile, dalla piazza della Stazione alla piazza dei Martiri, fu allargato grazie alla demolizione del tessuto edilizio esistente sul fronte est, sostituito da un giardino con fontana. Dall’intervento rimase escluso il tratto a nord della stazione, ancora considerato periferico, anche se popolato di edifici industriali e residenziali sul fronte ovest, di raffinerie e depositi sul fronte est. (Nella 7 Stazione 1905foto del 1905 la Stazione ferroviaria di Catania).

Il tessuto urbano del «vasto quartiere, che vive di zolfo e nello zolfo», insediato nel tracciato settentrionale della via Messina, si definì tra il 1864 e il 1905: la tipologia allungata dei lotti di terreno sul fronte est si prestò al processo insediativo delle raffinerie che continuarono a proliferare; lungo il lato opposto l’apertura di un reticolo di strade ortogonali al fronte ovest, tracciate per iniziativa privata, diede luogo a un tessuto frammisto di insediamenti industriali e residenziali.

Anche in questo caso, come in altri a venire, la storia del processo di sviluppo di Catania, selvaggio e di rapina, non è da imputarsi solo alla «distrazione dei cittadini». A legittimare l’insediamento industriale in aree urbanizzate intervenne il decreto prefettizio del 1882 in deroga al precedente del 1878, che vietava la costruzione di opifici di zolfo nell’area urbana. La questione dell'inquinamento atmosferico, sollevata nel 1884 dalla «Gazzetta del Popolo» non valse a contrastare gli interessi imprenditoriali, protetti dalla complicità dei vertici politici locali. In ogni tempo la bandiera del progresso è un comodo vessillo da inalberare a tutela degli affari e degli interessi economici.

Nel primo Novecento la presenza di ciminiere e fabbriche caratterizzava l’espansione urbana di Catania sia verso sud nella direzione dei quartieri Angeli Custodi, San Cristoforo, Fortino, sia verso nord-est, nella direzione dei quartieri Civita, San Berillo, Ferrovia. Nell’area sud, dove oltre alla Manifattura Tabacchi erano insediati numerosi altri opifici, venne inaugurata nei primi anni del Novecento la “Grande officina per i trams elettrici” in via del Gazometro, accanto al Mulino Santa Lucia e alla conceria Pennisi. (Nella foto l’inaugurazione del Deposito dei tram elettrici in via del Gazometro).8 Deposito Tram 1905

Le sirene dello sviluppo occultano i segnali di allarme: la decadenza dell’agricoltura, sacrificata all’industria; l’inarrestabile declino delle attività manifatturiere legate al produzione della seta, del lino, del cotone e della canapa; la crisi progressiva delle raffinerie di zolfo, destinata a diventare irreversibile nel primo decennio del Novecento con l’affacciarsi della produzione americana sul mercato internazionale.

La città di Catania sembra vivere una stagione di produttività, che alimenta speranze di sviluppo economico e pace sociale. La curva demografica registra un progressivo e costante incremento. Accanto all’artigianato, che vanta una consolidata tradizione e rimane attività produttiva di punta, conquista spazio l’industria. Oltre alle imprese di molitura e di raffinazione degli zolfi, a massimo regime nel ventennio dal 1885 al 1905, sono attivi agli albori del Novecento numerosi e imponenti insediamenti industriali: la manifattura dei tabacchi, il cotonificio Feo, la ditta Wackerlin per la produzione delle sedie di Vienna, la Società anonima “Cementi Etna”, gli stabilimenti Fichera per le conserve di pomodoro, e molti altri ancora.

9 Cotonificio FeoIl cotonificio Feo. Il moderno stabilimento fondato da Vincenzo Feo era attivo in città da oltre un decennio, quando partecipò alla Mostra delle Arti manifatturiere, delle Industrie e dei Commerci della Provincia di Catania, (Nella foto una vetrina espositiva della ditta Feo nella sala XII).

Palermitano di nascita, garzone in una bottega di tintore a soli 11 anni, garibaldino nel 1860 dopo lo sbarco dei Mille a Marsala, Vincenzo Feo (1844-1906) partecipò alla campagna per l'indipendenza. Rientrato a Palermo dopo la battaglia del Volturno, aprì una bottega di tintore, traendone scarsi profitti. Trasferitosi nel 1886 a Catania, cominciò l’attività con una modesta tintoria che dava lavoro a dieci operai. Tra il  1888 e il 1892 Vincenzo Feo riuscì a far crescere l’impresa, tanto da poter estendere la sua presenza commerciale nelle principali città dell’Italia settentrionale, oltre che a Costantinopoli, Salonicco e Smirne.

Spinto dalla crescente domanda di filati colorati, nel 1895 Feo decise di sfidare la concorrenza dell’industria napoletana, pressante sul mercato isolano, e impiantò un moderno opificio per la lavorazione del cotone, dove trovarono stabile occupazione 150 operai, destinati a diventare oltre 400 nel giro di pochi anni. Su proposta del prefetto di Catania, nel 1902 Vincenzo Feo fu insignito dell'onorificenza “al merito del lavoro”.

Nella crescita dell’impresa, foriera di benefici effetti di ricaduta per il settore agrario di coltivazione del cotone, ebbe un ruolo di primo piano il figlio Andrea, coadiuvato dai fratelli Francesco e Nicolò; quest’ultimo assunse poi la guida dello stabilimento, aperto a Palermo nel 1907 e fallito nel 1914, a sette anni dalla fondazione.

Il cotonificio Feo era insediato a Catania nell’area ora occupata dalla Caserma Rinaldi, all’incrocio tra la via Vecchia Ognina e il prolungamento del viale Regina Margherita, odierno corso Italia. La modernità dello stabilimento riscosse l’ammirazione del ministro di Agricoltura, Industria e Commercio, onorevole Francesco Cocco-Ortu, che recatosi nella fabbrica in visita pomeridiana, dopo l’inaugurazione dell’Esposizione, colmò di complimenti i fratelli Feo e il presidente del consiglio di amministrazione, lo svizzero Pietro Aellig. 10 Cotonificio Feo(Nella pianta la localizzazione del Cotonificio Feo).

La crisi del settore cotoniero, però, bussava alle porte. È del 1910, per le stampe dello Stabilimento Tipografico Industriale A. Morosoli di Catania, la lettera aperta L’azione del Governo nella crisi dell’industria cotoniera in Italia, inviata dal Cotonificio Feo al Presidente del Consiglio.

L’arte degli strumenti a corda. Il quadro del settore appare imponente nei dati consegnati dalla Camera di Commercio di Catania per il 1912: la città etnea era capofila nazionale nel settore di fabbrica degli strumenti musicali a corda; si contavano venti stabilimenti e la produzione annua totale era intorno a 200.000 strumenti, dei quali circa 50.000 venivano esportati. Si può presumere che la situazione produttiva nel 1907 non si discostasse molto dai dati riguardanti il 1912, ma si sa che era destinata a precipitare nel volgere di un decennio.

11 Mandolino Puglisi Reale  1900Il settore di eccellenza era quello dei mandolini di modello napoletano, dove emergevano la ditta intestata a Giuseppe Puglisi Reale e figli, presente nella Mostra delle Arti manifatturiere, delle Industrie e dei Commerci della Provincia di Catania, e la ditta di Salvatore Indelicato, noto come artista nella lavorazione della madreperla. (Nella foto un mandolino della ditta G. Puglisi Reale e figli).

L’arte dell’ambra. «La terza memoria di singolar pregio che aggiunger devo, é quella dell’ambra, la qual nelle marine di Catania è di tanta grandezza che a quella di un grosso melarancio si agguaglia; molte se ne ritrovano, ma picciole, dentro le quali sta chiuso e morto un picciolo animaluccio, o formica, o zanzara, o mosca, o pulce, o altro simile» scrive Pietro Carrera nelle sue Memorie historiche della città di Catania del 1639.Tra i prodotti esposti nella Mostra delle Arti manifatturiere, delle Industrie e dei Commerci della Provincia di Catania del 1907, non mancano le pregiate ambre del Simeto.

Nota già in epoca preistorica, l’ambra è una resina fossile, oggettodell’interessescientifico di geologi, paleontologi, etnologi, archeologi per la complessità della sua composizione e della sua evoluzione. Utilizzata sin dall’antichità come monile o amuleto, è molto apprezzata in gioielleria.La varietà più bella e più pregiata, quanto più rara, è l’ambra siciliana, detta “simetite”, che ha il suo giacimento lungo le sponde dell’estuario del fiume Simeto; ricca di potenzialità, la gamma coloristica della simetite va dal giallo-bruno al rosso-granato.

La lavorazione dell’ambra in Sicilia iniziò solo nei primi anni dell’Ottocento. I cercatori d’ambra, detti “carsolari”, la raccoglievano lungo la battigia a sud di Catania, dove le violente mareggiate la depositavano in forma di gocce, schegge, granuli, trasportati dalla piena del fiume sino al mare. «Le copiose raccolte si fanno dopo le piogge dirotte, che hanno avuto la forza d’estrarre e condurre via i pezzi dell’ambra da’ loro siti, e dopo le tempeste durante le quali il fiotto dell’onde impetuose ha rigettato sopra i lidi con l’alga e la sabbia l’ambra che i fiumi vi avevano trasportato»  scrive l’abate Francesco Ferrara nel 1805. (Nella foto del 1907 la battigia della Plaja).12 Plaja 1907

La lavorazione della simetite, ancora oggi vanto delle gioiellerie catanesi, è una peculiarità della tradizione orafa locale. Il processo, esclusivamente manuale per la delicatezza della gemma, passa attraverso una serie di fasi, che contemplano l’utilizzo di lima e smeriglio; la polvere di scarto veniva usata dai mastri liutai per lucidare gli strumenti a corda di particolare pregio.

L’arte orafa. Tra i prodotti presenti nella Mostra delle Arti manifatturiere, delle Industrie e dei Commerci della Provincia di Catania del 1907 sono citati anche i preziosi della gioielleria Avolio.

A Catania l’oreficeria godeva di antica tradizione. Mutato il volto del mercato, che vide diminuire il patrocinio della Chiesa, dalla metà dell’Ottocento in avanti l’arte orafa poté contare, oltre che sulla clientela aristocratica, sulla crescente richiesta di una borghesia imprenditoriale in inarrestabile avanzata. Nella città di primo Novecento il settore della gioielleria occupava un posto di spicco. Cresciuta la concorrenza di pari passo con la mobilità dei gusti, per conquistare il mercato fu indispensabile variare l’offerta, raffinare i sistemi di lavorazione e di produzione, pubblicizzare i prodotti anche attraverso mostre e concorsi. La vitalità del settore sul finire dell’Ottocento è attestata dal fiorire delle gioiellerie di spicco, alcune tuttora in attività.

La storica ditta Agatino Russo e figli, chiusa nel 1961, aprì la sua prima sede nel 1846 in corso Vittorio Emanuele, per trasferirsi alla fine del secolo in via Etnea n.48, dirimpetto alla Collegiata. Il prospetto e l’arredamento del negozio furono disegnati da Carlo Sada. Il locale soffrì gravi danni a causa dei bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale.

13 PiazzaUniversità 1925Nel 1883 nacque la gioielleria fondata da Agatino Avolio in via Vittorio Emanuele accanto alla chiesa dell’Arciconfraternita dei Bianchi, e poi trasferita negli attuali locali al pianterreno del palazzo La Piana in via Etnea, all’angolo con la piazza dell’Università, dove l’attività è ora alla quinta generazione. (Nella foto il negozio Avolio nel palazzo La Piana).

Di poco successiva fu l’iniziativa del giovane Ernesto Fecarotta, ultimo rampollo della famiglia, titolarea Palermo di una gioielleria nata nel secolo precedente. Stabilitosi a Catania, dove prese moglie e mise famiglia, nel 1890 Ernesto impiantò in via Stesicorea n.172 una filiale, che nel 1927, acquisita piena autonomia dalla casa madre, si configurò come ditta autonoma, ancora oggi in attività.

L’industria poligrafico-editoriale.Nella Mostra delle Arti manifatturiere, delle Industrie e dei Commerci della Provincia di Cataniaerano esposti i lavori tipografici dello Stabilimento Galàtola editore dell’Albo illustrato sull’Esposizione del 1907.

Dal 1840, su iniziativa del fondatore Crescenzio(1813-1866), lo Stabilimento Galàtola era insediato con una scuola professionale tipografica, in via dei Crociferi nei locali del Reale Ospizio di Beneficenza, già Collegio dei Gesuiti. (Nella foto il Reale Ospizio di Beneficenza, ex Collegio dei Gesuiti, nell’incisione di Zurria del 1848).14 Collegio Zurria

Nella seconda metà dell’Ottocento, il settore poligrafico-editoriale contava in Sicilia poco più di duecento imprese, talora ad esclusiva conduzione del proprietario, poiché spesso il reddito di lavoro non riusciva a coprire l’intero arco dell’anno. Erano piccoli esercizi a struttura artigianale, che impiegavano pochi lavoratori; in luogo dei moderni macchinari, disponevano di qualche torchio ed erano costretti a importare ogni cosa, compresi i caratteri tipografici, gli inchiostri e, persino, la carta, a causa dello scarso numero di cartiere isolane. Catania nel 1871 possedeva 10 librerie e 12 tipografie con 4 torchi a macchina e 39 a mano; i lavoratori impiegati erano poco meno di un centinaio.

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, in Sicilia si registrò una crescita del settore poligrafico-editoriale. A Catania le tipografie erano 13 nel 1884, 17 nel 1894, 21 nel 1902. Per la 15 OfficinaTipografi Macchinemodernità dei macchinari, prodotti dalle migliori marche straniere, e per la qualità dei caratteri, primeggiavano quattro ditte: la Giacomo Pastore, che era la più antica fondata nel 1779, la Nicolò Giannotta, la Fenice di Giuseppe Musumeci e la Crescenzio Galàtola. (Nella foto l’officina tipografica del Reale Ospizio, nell’ex Collegio dei Gesuiti).

La Ditta Wäckerlin & C. Nella Mostra delle Arti manifatturiere, delle Industrie e dei Commerci della Provincia di Catania del 1907 spiccava il mobilificio dal marchio svizzero. L’azienda prese nome da Giovanni Wäckerlin, un giovane appartenente alla nutrita colonia di svizzeri, approdata nell’isola sulla scia delle nuove prospettive che l’economia siciliana lasciava intravedere alla cultura d’impresa. (Nella foto la villa Wäckerlin in via Guzzardi n.9).16 Villa Wackerlin  003

Stabilitosi giovanissimo a Catania, dove prese moglie e mise famiglia, Giovanni rilevò nel 1905 la Fabbrica di mobili con sede a Catania nell’odierna via Mario Sangiorgi al numero civico 32, dove ora sorge un palazzone. La buona esperienza commerciale e la naturale attitudine creativa del giovane imprenditore decretarono il successo dell’industria, che dava lavoro a 300 operai. 17 Wackerlin interno(Nella foto l’interno della fabbrica Wäckerlin).

La produzione sfruttava la tecnica di curvatura del legno inventata dal prussiano Michael Thonet, inventore delle famose sedie in legno curvato a vapore, esposte per la prima volta nel 1841 a Coblenza. Le sedie decretarono il successo del loro inventore, richiamato dal principe di Metternich in Austria; brevettato il marchio, nel 1841 Thonet aprì a Vienna il mobilificio che nel 1853, intestato anche ai  figli, divenne ditta Gebrüder Thonet con filiali in diversi paesi dell’Europa. Nella produzione spiccavano le sedie, giunte al punto di arrivo dopo lunga evoluzione con il modello n.14, unanimemente riconosciuto come insuperato esempio di industrial design nel campo del mobile. (Nella foto la sedia Thonet n.14).18 Thonet-14-pezzi

La Wäckerlin & C. puntò soprattutto sulle sedie Thonet di linea semplice e confortevole, e in particolare sul modello n.14, la cui struttura, costituita in tutto da sei elementi di legno curvato a vapore, era di massima economicità estetica ed esecutiva: un unico cilindro in legno di faggio per gambe posteriori e spalliera; altri cinque elementi, compreso il sedile in paglia intrecciata di Vienna; otto viti e due perni a bulloni per il montaggio.

Giovanni non fu solo il titolare della ditta Wäckerlin & C., ma fu anche l’inesauribile progettista di sedie, poltroncine, tavolini, mobili. Il fusto sottile e flessibile del legno di faggio, sottoposto al vapore dell’acqua, si prestava docile all’estro del progettista e alla volontà dell’esecutore; ammorbidito dal vapore, modellato dai ferri, il nerbo del legno si incurvava, si torceva, diventava cerchio, spirale, sinusoide.

Spesso indicate con i nomi delle donne di famiglia, Anna, Berta, Frieda, Lydia, Marta, le sedie e le poltroncine della Ditta Wäckerlin diedero vita a un ricco campionario, documentato dai cataloghi redatti in quattro lingue. Poltrone, poltroncine, sedie da caminetto, poltrone per sale da barba, chaises longues,  sedie per fumatori, sgabelli pieghevoli, sedie a dondolo per adulti e 19 Wackerlin mobili sedieper bambini furono il cospicuo prodotto dell’industria mobiliera, presente sul mercato con estremo successo sino al 1937. (Nella foto sedie e mobili nelle pagine dei cataloghi Wäckerlin).

Per l’Esposizione del 1907, Giovanni Wäckerlin realizzò due camere complete. I mobili della camera da letto, curvati agli angoli, erano decorati nelle superfici a specchio da delicati motivi ornamentali di natura fitomorfa; la flessibilità del legno era esaltata nelle curve della pediera.

Un imprenditore catanese. La Ditta Wäckerlin & C., designata nel marchio da un nome svizzero, nacque grazie alla vocazione imprenditoriale di un siciliano, Mario Sangiorgi (1862-1916).

Scelto dalla Camera di commercio per un periodo di istruzione a Milano, ancora diciannovenne il Sangiorgi si ritrovò nel capoluogo lombardo, giusto quando la città era al decollo come capitale dell’economia italiana con lEsposizione Nazionale,aperta per sei mesi dal 5 maggio 1881.

La voglia di affrancarsi dai confini, geografici e sociali, non mancò di certo al talentuoso giovane che, grazie alle sue molteplici iniziative, si assicurò un posto nella storia e nella toponomastica cittadina. Lasciata l’attività paterna di idraulico, alla quale era stato avviato, Mario Sangiorgi indirizzò le sue capacità verso diverse imprese, che ne tramandarono l’immagine di imprenditore20 Sangiorgi letti dotato di estro creativo e di audace intraprendenza. Cominciò con un laboratorio di cappelli, passò poi a fabbricare specchi, quindi decise di intraprendere la produzione di letti in lamiera di ferro con decorazione a fuoco. (Nella foto una pagina del catalogo con i letti della ditta Sangiorgi).

Uomo vivace e irrequieto, curioso di mondi nuovi e di realtà diverse, nei suoi frequenti viaggi egli colse le sollecitazioni offerte dal mercato nazionale e internazionale. Da un soggiorno a Parigi nacque la sua idea più ambiziosa, quella degli Esercizi Sangiorgi, un complesso polifunzionale, atto ad offrire all’avventore spazi di ospitalità e servizi di intrattenimento a ciclo completo. Acquistata nel 1897 un’area di costruzioni fatiscenti in prossimità dei Quattro Canti, Mario Sangiorgi affidò la progettazione del complesso all’ingegnere Salvatore Giuffrida; della decorazione fu incaricato il pittore napoletano Salvatore de Gregorio. Gli Esercizi Sangiorgi aprirono nel 1900 con prospetto principale su via Lincoln, ora via Sangiuliano; il complesso era dotato diteatro, café chantant, albergo, ristorante, birreria, sala da pattinaggio, terrazza attrezzata a caffè. Nato come teatro estivo per opere, 21 Sangiorgi teatrooperette e spettacoli di prosa, coperto nel 1907 e ristrutturato nel 1938, il Teatro Sangiorgi, ospitò le prime proiezioni cinematografiche già a pochi mesi dall’inaugurazione. (Nella foto il Teatro Sangiorgi nelle cartoline pubblicitarie del 1902).

La decadenza del complesso,passato con la morte del proprietario nel 1916 al fratello Concetto e al penultimo dei sette figli Guglielmo, che nel 1938 ne assunse l’intera gestione, iniziò nella seconda guerra mondiale, con la destinazione dell’edificio a quartier generale del Comando alleato, e proseguì inarrestabile negli anni successivi. Acquistato nel 1988 dalla Fondazione Teatro Massimo Bellini, il complesso degli Esercizi Sangiorgi è di nuovo fruibile dal 2002. Nell’attuale rifacimento funzionale offre una sala teatrale capace di 470 posti, con foyer e sala prove; ospita inoltre gli uffici della Fondazione e spazi per mostre ed eventi culturali. 22 SangiorgiMario(Nella foto Mario Sangiorgi e la motivazione del cavalierato).

Insignito nel 1902 dell’onorificenza “al merito del lavoro”, dopo l’apertura degli Esercizi Sangiorgi il novello cavaliere maturò il proposito di sfruttare, a brevetto scaduto, la tecnica di curvatura del legno inventata da Michael Thonet, ideatore delle famose sedie in legno curvato a vapore. Con grande dispendio di capitali nel 1903 fondò una Fabbrica di mobili sul modello viennese, richiamando a Catania dalla capitale austriaca esperti operai per la formazione delle maestranze locali. Quando decise di cedere l’azienda, rivelatasi troppo onerosa e impegnativa, il Sangiorgi si rivolse agli imprenditori svizzeri Caflish, trapiantati a Catania da decenni, e l’impresa passò in mano a Giovanni Wäckerlin, che nel 1905 la rilevò definitivamente.

La tecnologia dei cementi decorativi. La presenza di numerose ditte di cemento nella Mostra Campionaria Nazionale del 1907 è in stretta correlazione con l’importanza sempre crescente che il materiale acquisì nella prassi dell’architettura europea tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

L’utilizzo del cemento a scopo decorativo coincise con la diffusione dello stile Art Nouveau. Foriero di innovazione nell’ambito delle tecniche costruttive, il materiale offriva ampie possibilità espressive per la realizzazione degli apparati decorativi difacciata, con risparmio di costi e tempi di produzione. Il cemento cominciò ad essere utilizzato in edilizia per produrre blocchi e mattoni, ma anche elementi decorativi artistici realizzati a stampo.

Il ricorso a surrogati lapidei non era certo una novità. Ricette per la preparazione di materiali meno pregiati da utilizzare a simulazione di quello lapideo, per abbattere i costi, sono tramandate già dalla trattatistica rinascimentale; da tempo nel campo delle decorazioni plastiche l’uso dello stucco e del “marmorino”, tecniche meno dispendiose, aveva soppiantato l’impiego del materiale lapideo.

23 CasaGuazzoni MilanoA rivoluzionare il settore della produzione dei surrogati lapidei fu l’introduzione del legante cementizio, noto come “cemento Portland”, che ampliò le possibilità strutturali ed espressive delle cosiddette “pietre artificiali”. La nuova tecnologia permise di produrre manufatti ad imitazione delle pietre naturali, più vantaggiosi di altri surrogati per la duttilità del materiale cementizio e per l’economicità del processo di lavorazione. A differenza dello stucco e del “marmorino”, da lavorarsi unicamente a fresco, le  “pietre artificiali” a base cementizia si prestavano, a superficie indurita, all’intervento dello scalpellino dalla martellinatura alla gradinatura e levigatura. Il cemento grigio o bianco, opportunamente pigmentato, si prestava anche ad assumere effetti di colorazione con ottimi risultati di imitazione della pietra naturale. (Nella foto particolare della facciata di Casa Guazzoni, opera di Giovanni Battista Bossi, 1904, via Malpighi12, Milano).

Le pietre artificiali a base cementizia fecero pubblico esordio a Milano nell’Esposizione del 1881, che inaugurò lo sviluppo dell’Italia industriale. A riguardo, l’ingegnere Archimede Sacchi, docente presso l’Istituto Tecnico Superiore di Milano, nell’esprimere le sue riserve sull’idoneità  del materiale ad esiti artistici, riconobbe che l’utilizzo del cemento permetteva di produrre «pietre fattizie, piccole o smisurate, squadrate o tonde che paiono pietre naturali, arenarie o brecce, e che riescono forti quanto e anche più di queste».

In Italia la diffusione del Liberty, limitata ad un arco temporale breve tra il 1902 ed il 1915, e l’utilizzo della pietra artificiale, il cui carattere fortemente plastico si adattava al gusto dell’arte nuova, incontrarono la netta deprecazione dei tradizionalisti; contrari a quella che reputavano una “invasione dell’industria sull’arte”, essi consideravano un obbrobrio l’utilizzo del cemento armato, in quanto contrastava con la qualità estetica dell’architettura, e ritenevano sacrilego l’impiego decorativo di un materiale vile, quale la pietra artificiale, a imitazione di un materiale nobile.

Ai vantaggi offerti in edilizia dall’uso del cemento armato, nonché dei cementi decorativi e delle pietre artificiali, si interessarono professionisti, committenti e industriali. La massa fluida delle malte cementizie offriva agli architetti la possibilità di realizzare condotte, ponti, acquedotti, ma anche coperture di tetti o terrazzi, colonne, mensoloni, capitelli, cornicioni, piastrelle policrome, fregi floreali, putti, nastri ed animali e ogni altro genere di ornato, dando vita a un repertorio decorativo di facciata che per costi di produzione ben si adattava alle istanze sociali del tempo. (Nella foto l’apparato decorativo in cemento nella facciata di Casa Campanini, opera di Alfredo Campanini, 1906, via  Bellini 11, Milano).24 Casa Campanini

L’adozione dei processi industrialidiminuiva i costi di produzione e offriva pezzi di peso ridotto e di agevole trasporto. La crescente richiesta favorì la proliferazione di ditte specializzate nella produzione dei cementi decorativi, la cui lavorazione coniugava in una le tipicità proprie della produzione industriale e artigianale.La possibilità di realizzare elementi seriali, di riutilizzare lo stampo più volte, di ridurre i costi e di dare maggiore diffusione ai prodotti faceva degli elementi cementizi un prodotto industriale. All’artigianato era assimilabile il processo di lavorazione, seguito dal cementista in ciascuna fase, dalla realizzazione degli stampi alla formulazione delle miscele, alla formatura 25 Acquario Civicodei decori, sino al controllo sulla scalpellinatura del pezzo. (Nella foto la facciata dell’Acquario Civico, opera di Sebastiano Locati, 1906, viale Gadio 2, Parco Sempione, Milano).

L’industria dei cementi decorativi. La ditta più affermata in Lombardia era quella di Giovanni Chini (1871-1943). Apprendista scalpellino a soli undici anni nelle cave di Saltrio e Viggiù, Giovanni Chini sbarcò a Milano nel 1886 per seguire i corsi serali dell’Accademia di Brera. Nel 1894, a soli ventitre anni fondò una ditta di pietre artificiali, specializzata nella moltiplicazione seriale di elementi decorativi in gesso, stucco e cemento. Apprezzati dagli architetti per creatività ideativa e qualità esecutiva i suoi manufatti in cemento, modellati in stampi che ripetevano le forme, gli meritarono fama e riconoscimenti, non ultima nel 1906 l’onorificenza di Cavaliere della Corona d’Italia «per l’opera sua nella decorazione dell’Acquarium fatta esclusivamente con soggetti di fauna e di flora acquatica». Il prestigioso riconoscimento premiava la partecipazione della ditta Chini, con inserti in cemento a rilievo, alla decorazione dell’Acquario per l’Esposizione Universale del 1906 a Milano, affidata alla progettazione di Sebastiano Locati. La Società Italiana Chini aprì filiali a Genova, Lugano e, dopo il terremoto del 1908, a Reggio Calabria. (Nella foto una tartaruga in cemento della dittaChini per l’Acquarium di Milano).26 Chini tartaruga cemento

L’utilizzo della nuova tecnologia si diffuse anche a Palermo e nei maggiori centri isolani. In Sicilia la prima industria per la produzione di manufatti in cemento nacque ai piedi del monte Pellegrino intorno al 1888. Utilizzava forniture di cemento provenienti da Casale Monferrato, dove dal 1876 era impiantata l’attività di Giuseppe Cerrano pioniere della produzione di cemento in Italia, o dalla più vicina provincia di Caltanissetta, per ricavarne prodotti di vario genere, dalle tubazioni per le fognature e dalle vasche per l’acqua alla produzione di balaustre, mensole, mattoni e piastrelle di tipo decorativo. L’iniziativa ebbe seguito e, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, diede luogo al fiorire di ditte specializzate nella produzione di manufatti in cemento, particolarmente richiesti per ville e palazzi privati, per case plurifamiliari e popolari, per alberghi e negozi, per cinema e caffè. Nel 1893 erano attive a Palermo le ditte E. Finocchiaro, G. Sacco & C, G. B. Odarico & C. , S. Ghilardi & C. 

Presente con un Chiosco privato nella Mostra Campionaria Nazionale dell’Esposizione del 1907, la ditta S. Ghilardi& C. faceva capo all’ingegnere Sigismondo Ghilardi, un industriale lombardo di grande intraprendenza insignito nel 1907 dell’onorificenza “al merito del lavoro”. Della lavorazione del cemento, l’ingegnere Ghilardifece un’industria artistica specializzata nella produzione di mattonelle, marmi artificiali, statuaria e rivestimenti ornamentali a imitazione delle pietre naturali. Rilevato nel 1876 il primo opificio italiano per le “applicazioni” in cemento, fondato a Bergamo nel 1864 dalla Società italiana dei cementi e delle calci idrauliche, l’ingegnere Sigismondo Ghilardi aprì poi un opificio a Milano e altre succursali in varie città, tra le quali Palermo. La Società italiana dei cementidi Bergamo partecipò all’Esposizione Nazionale, tenutasi a Palermo dal 15 novembre 1891 al 5 giugno 1892. L’Albo della rassegna, edito da Edoardo Sonzogno, riferisce delle «mostre ricchissime di calci e cementi della Società italiana dei cementidi Bergamo, una società che si può dire è stata la madre di questa industria in Italia: qui la produzione 27 Expo Palermo1891artistica gareggia con quella industriale, quando si levano gli occhi da tutti quegli oggetti disparati bisogna conchiudere che la Società italiana di Bergamo, coi suoi cementi, può fare tutto quanto le pare e piace». (Nell’incisione la Galleria del lavori in cemento e marmi, Esposizione Nazionale di Palermo, 1891-1892).

A Palermo, dove si impiantò nel 1893 a un anno dall’Esposizione Nazionale,l’ingegnere lombardo, in società con i Conigliaro padre e figlio, fondò nel 1907 la Fabbrica siciliana cementi e calci idrauliche, nota come ditta Conigliaro & Ghilardi.

A Catania i cementifici, per lo più di modeste dimensioni, erano localizzati nel quartiere del Crocefisso della Buona Morte.Parteciparono con chioschi privati alla Mostra Campionaria Nazionale dell’Esposizione del 1907 lo stabilimento
Patriarca, fondato nel 1887, il cementificio Mollica impiantato dal 1882 in via Reggio nel quartiere di San Berillo, la Società Inserra di Cementi armati, sciolta nel 1933. (Nella foto particolari dei chioschi delle ditte catanesi, presenti nell’Esposizione del 1907).28 Chioschi Esposizione

Le risorse espressive del cemento. Di un impasto cementizio, ottenuto utilizzando la sabbia lavica delle cave di Nicolosi, si servì lo scultore Giulio Moschetti (1847-1909) per l’esecuzione della Fontana di Proserpina a Catania nel 1904 e della Fontana di Diana a Siracusa nel 1906.

Ascolano di origine, Moschetti si trasferì a Catania nel 1883, chiamato da Carlo Sada a fare parte delle maestranze incaricate di eseguire il progetto decorativo del Teatro Massimo Bellini; di mano dello scultore ascolano sono i putti attorno all’orologio sul boccascena, i busti dei maggiori musicisti nella facciata e i due gruppi scultorei laterali 29 Teatro Massimodell’attico, la Tragedia e la Commedia. (Nella foto di inizio Novecento la facciata del Teatro Massimo Bellini).

Ad eccezione di un periodo di lavoro trascorso a Malta, dove si recò nel 1893 con la famiglia, nel capoluogo etneo Moschetti visse sino alla morte, sopraggiunta precocemente nel 1909; gli subentrò negli incarichi il figlio Mario anch’egli scultore, citato dall’Albo illustrato tra gli artisti presenti nell’Esposizione del 1907.

L’incarico per la grande fontana da collocare nello slargo tra la via VI Aprile e la Stazione centrale di Catania fu affidato a Giulio Moschetti dall’amministrazione comunale all’inizio del Novecento. Il progetto, concepito in scala monumentale, ottenne l’approvazione della commissione preposta. Nel 1904 Moschetti ultimò la fontanacostituita da una enorme vasca, di forma e di profondità irregolare, e da un gruppo scultoreo centrale di tema mitologico ispirato al ratto di Proserpina; nella scena concitata è rappresentato Plutone, dio degli inferi, nell’atto di rapire Proserpina, la figlia di Zeus e di Demetra, sul cocchio trainato da cavalli e sirene. (Nella foto del 1904 la Fontana del Ratto di Proserpina).30 fontana Proserpina

Per l’esecuzione della vasca e del gruppo centrale Moschetti sperimentò la tecnica dell’impasto cementizio, modellando le statue, anche quelle secondarie, senza uso di calchi. La cerimonia di inaugurazione avvenne, alla presenza di Giuseppe De Felice il 20 aprile 1904, nel giorno che vide l’arrivo a Catania di una delegazione della municipalità di Parigi, accolta in stazione dal prosindaco, e dell’imperatore di Germania Guglielmo II, in crociera nel mediterraneo.

La Manifattura Tabacchi. La Manifattura partecipò alla II Esposizione agricola siciliana di Catania, con una mostra ideata dal Ministero di  Agricoltura, Industria e Commercio e allestita nel Padiglione dei Tabacchi di disegno dell’ingegnere Luciano Franco.

La Manifatturafu istituita a Catania nel 1893, a quasi trent’anni dall’iniziò del monopolio dello Stato per la lavorazione e la vendita del tabacco, che nella Sicilia, lasciata esente dal monopolio del sale, cominciò nel 1865, tre anni dopo rispetto al resto dell’Italia. La manifattura catanese venne insediata nei locali dell’ex quartiere militare della cavalleria borbonica, costruito dopo i moti del 1821, su progetto dell'architetto Salvatore Zara-Buda. L’edificio originario, sviluppato su tre lati con prospetto principale nella via Garibaldi, fu modificato all’inizio del Novecento; chiuso il cortile interno, prima destinato a piazza d’armi, fu aggiunto, uguale e speculare al primo, un corpo in cemento armato con ingresso su piazza San Cristoforo. 31 Manifattura TabacchiNei primi anni del Novecento la fabbrica, che come tutte le manifattureitaliane registrava la preponderanza del personale femminile, iniziò la produzione dei sigari toscani, la cui preparazione richiedeva un’alta specializzazione delle operaie.(Nella foto il prospetto della Manifattura Tabacchi in via Garibaldi).

All’attività della manifattura etnea pose fine il processo di privatizzazione del settore iniziato con la creazione dell’Ente Tabacchi Italiani (ETI), istituito nel 1998 come ente pubblico economico con il compito di svolgere le attività produttive e commerciali (tabacchi lavorati e sale) già spettanti all’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato, che mantenne le funzioni di organo di controllo. Dopo oltre un secolo di attività, la Manifattura di Catania fu chiusa nel 2000, nell’ambito del Piano di Riassetto presentato per il triennio dal 2000 al 2003 dalla dirigenza dell'ETI, ormai prossima alla definitiva privatizzazione. L’ex quartiere militare della cavalleria borbonica fu acquistato dalla Regione Siciliana per diventare sede del costituendo Museo archeologico.

Le donne operaie. Nel Padiglione della Manifattura dei Tabacchi, disegnato dall’ingegnere Luciano Franco per la Mostra Agricola del 1907,attendevano alla preparazione dei saggi otto operaie, quattro altamente specializzate, preposte alla confezione rigorosamente manuale dei sigari toscani, e quattro preposte alla confezione meccanica delle sigarette. L’attività di preparazione di sigari e sigarette svolta dalle operaie fu apprezzata dal pubblico che, con le sue scelte di acquisto, decretò il successo delle “Spagnolette” e delle “Macedonia”. (Nella foto la sala di lavoro nel Padiglione dei Tabacchi di Luciano Franco).32 Manifattura operaie

Nelle manifatture italiane la manodopera addetta alle diverse fasi della lavorazione dei tabacchi era femminile. Le condizioni di lavoro erano dure, l’organizzazione era militaresca, le operaie erano retribuite a cottimo, ma la gestione statale dell’attività assicurava forme di tutela e garanzie, non ultima la certezza della paga, superiori rispetto a quelle delle operaie di imprese private. Già nel 1887 alle lavoratrici del tabacco si riconosceva il diritto a 50 giorni pagati di malattia, poi portati a due mesi. Le operaie usufruivano della Cassa pensioni e in fabbrica erano previste cucine economiche per un pasto caldo. L’orario di lavoro, fissato nel 1887 in otto ore più mezz’ora di intervallo, fu ridotto nel 1904 a sette ore con un’ora di riposo.

33 Manifattura1In fabbrica la manodopera più specializzata erano le sigaraie, addestrate a sostenere i ritmi incalzanti della produzione grazie al precedente duro tirocinio. La giornata lavorativa era dura soprattutto per loro che svolgevano un’attività esclusivamente manuale, poiché non esistevano macchine per le due fasi più importanti della lavorazione: la scostolatura delle foglie del tabacco e la confezione del sigaro. (Nell’illustrazione la foglia di tabacco pronta per la scostolatura).

La lavorazione passava attraverso diverse fasi: l’approntamento per separare le foglie del tabacco; lo spulardamento per selezionare le foglie una alla volta e pulirle con le mani; il lavaggio con trattamenti chimici in idonee apparecchiature; la scostolatura, per eliminare dalle foglie la nervatura centrale; infine, la confezione in sigari prendendo un lembo, o fascia, della foglia del tabacco, riempiendolo con altri pezzetti di foglia più piccoli, arrotolando e premendo il tutto.

Sedute le une accanto alle altre davanti ai banconi disposti per file parallele in grandi sale, le sigaraie lavoravano reggendo in mano una ciotola contenente pasta d’amido da spalmare sulle fasce e un coltello a lama ricurva, per sezionare la foglia e spuntare la testa dei sigari finiti. La loro prestazione richiedeva velocità esecutiva e destrezza manuale, perché erano pagate a cottimo con un minimo corrispondente al confezionamento giornaliero di un prefissato quantitativo di sigari. (Nell’illustrazione l’operazione manuale di scostolatura).34 Manifattura2

La disciplina di fabbrica era rigida, basata su regole ferree, applicate dal personale di sorveglianza, che esercitava un rigoroso controllo su ogni fase di lavoro: le foglie di tabacco per le fasce e per il ripieno venivano pesate prima di essere consegnate alle operaie; il lavoro finito era sottoposto a d accurato accertamento sulla quantità del materiale utilizzato per appurare eventuali sprechi e sulla qualità del prodotto per dimensioni, compattezza, peso e altri requisiti.

Il personale di sorveglianza era ordinato gerarchicamente: al vertice il caporeparto, sempre uomo, e di seguito le maestre, scelte tra le operaie più anziane ed esperte, con il compito di addestrare le sigaraie e controllarne il lavoro. Le maestre erano affiancate da altre sorveglianti che lavorano a stretto contatto con le sigaraie: le ricevitrici per il controllo immediato del lavoro;le istruttrici per l’addestramento direttodelle nuove assunte; le controllatrici per la pesa e la conta dei sigari finiti; le visitatrici per perquisire le operaie in uscita al fine di evitare sottrazioni illecite di tabacco.

Alle operaie era vietato parlare, completareil lavoro in anticipo o in ritardo, sprecare il tabacco consegnato per le fasce e i ripieni; tra le pratiche passibili di punizione era compresa anche la solidarietà tra compagne di lavoro, vista come un minaccioso strumento di coesione. Il mancato rispetto della disciplina di fabbrica era sanzionato con richiami e sospensioni, queste con 35 Manifattura Tabacchiconseguenti perdite di salario. Le sanzioni, che venivano registrate nei libri matricola delle operaie, erano più frequenti e più dure nei primi anni di lavoro. Se ne deduce che i provvedimenti avessero un duplice scopo, intimidatorio ed educativo, al fine di inquadrare le nuove assunte nel sistema gerarchico e nel regime militaresco degli stabilimenti. (Nella foto la veduta aerea del quartiere militare della cavalleria borbonica nel contesto del rione).

Nonostante il regime poliziesco, inflessibile in caso di disordini o di scioperi sanzionati anche con l’immediato licenziamento, le lavoratrici della manifattura catanese come quelle del cotonificio Feo non esitarono a recitare la loro parte nelle rivendicazioni operaie per la difesa del salario e per la rivendicazione di migliori condizioni di lavoro, che nel tra il 1903 e il 1904 agitarono anche la Catania socialista e moderna di Giuseppe De Felice e Gigi Macchi.

Lo spazio delle donne. Conquistarono il loro spazio, sia pure ristretto, le poche donne presenti nei settori della rassegna e nelle varie iniziative promosse dal Comitato esecutivo. Alle nobildonne spettò la giuria dei «lavori donneschi», nonché il compito degli onori di casa con le consorti delle autorità in visita. Donna Checchina Sapuppo di Santalfano, la baronessa Anna Zappalà Grimaldi, la marchesa di Capizzi guidarono la moglie dell’onorevole Giuseppe Sanarelli, sottosegretario di Stato per Agricoltura, Industria 36 LavoriDonneschi Giuriae Commercio, nella visita - guarda caso - delle rassegne di belle arti e di manifatture femminili. (Nella foto la giuria dei «lavori donneschi»).

Alla nobildonna, nota come scrittrice con lo pseudonimo Rossana, il 30 maggio 1907 spettò il vanto di inaugurare il ciclo delle conferenze. Organizzata a iniziativa della rivista “Critica ed Arte”, un giornale letterario fondato a Catania nel 1906 da Gesualdo Manzella Frontini, la conferenza Miserie delle donne, affrontava un tema scottante: la condizione dei reclusori femminili. Accompagnata sul palco e presentata da Luigi Capuana, l’oratrice nel descrivere la triste vita delle condannate, lamentò lo scarso interesse degli studiosi per i luoghi di pena femminili e, nel reclamare provvedimenti per migliorare la condizione delle donne, non mancò di accennare all’opportunità del divorzio. Il suo discorso si chiuse con un appello alle donne siciliane.

All’attrice Clara della Guardia e alla sua compagnia toccò il compito di inaugurare il Teatro estivo dell’Esposizione, il 16 giugno 1907. Nel 1915 Clara della Guardia ebbe l’opportunità, ambita da molti attori teatrali, di recitare nel film muto Alma Mater diretto da un regista romano di punta della Cines, allora maggior casa di produzione, Enrico Guazzoni, specializzato nel genere dei film in costume e noto per il grande successo del suo kolossal del 1912 Quo vadis? esportato e proiettato anche in America. Scarsa eco spettò al film Alma Mater e poca fama toccò all’attrice che prese parte alla sua realizzazione. (Nella foto Clara della Guardia).37 Clara Della Guardia

Di grande rilievo fu la presenza di Giacinta Pezzana, che nella sala dell’Ottagono si esibì il 22 settembre1907 ne Le due madri di Arnaldo Fusinato. Torinese di nascita, donna di formazione mazziniana e di convinzione femminista, considerata incendiaria per il suo spirito antiborghese e soprannominata vagabonda per il suo irrequieto mutare di domicilio, la Pezzana fu attrice di spiccata vena drammatica. Con la sua attività teatrale coprì un importante arco della storia d’Italia,dall’Unità alla Grande Guerra, e simboleggiò  l’unificazione della penisola con il decorso della sua vita, iniziata nel 1841 a Torino e chiusasi nel 1919 ad  Acicastello, dove nel 1887 prese dimora accanto al catanese Pasqualino Distefano, un amico garibaldino e repubblicano, al quale si legò nel 1886, senza per questo rinunciare al suo impegno di femminista e di attrice, che la portò anche in America. Riconosciuta come maestra da Eleonora Duse nella fase di apprendistato, musa ispiratrice di Gabriele d’Annunzio per le parti di Candia nella Figlia di Iorio e di Ema 38 GIACINTA GUALTIERI PEZZANAnella Naveda lei mai recitate, Giacinta Pezzana meritò nel 1879 il ringraziamento di Émile Zola per l’interpretazione di Thérèse Raquin, personaggio da lei più volte riproposto in teatro e portato sullo schermo cinematografico nel 1915, all’età di 74 anni, in un film prodotto dalla Morgana Film e diretto da Nino Martoglio. (Nella foto Giacinta Pezzana).

La presenza delle donne si rileva anche negli spazi espositivi. Nelle mostre floreali spicca il nome della signora Marianna La Piana Asmundo. A rappresentare l’impresa dei «lavori donneschi» nella Mostra provinciale catanese le pagine dell’Albo illustrato citano: per modelli e strumenti di taglio Carmelina Talamanca; per abiti da signora Clara Feo Pastore; per guanti e calze Marietta Viscuso; per ricami e merletti Elvira D’Angelo, Evelina Guglielmino, Lina Mazzaglia, Aurora Forziano, Maria Talamo, Barbara Nicosia di Misterbianco; infine per cappellini la Daniele e la Nicosia, delle quali non è dato conoscere il nome.

La rappresentanza femminile nella Mostra delle Belle Arti è rigorosamente circoscritta alla pittura, che con la musica è l’arte più consona alle signorine di buona e onorata famiglia. Nelle pagine dell’Albo illustrato sono citate: Bianca Sandri miniaturista, Vittoria Brero Fumagalli, Nellina Failla, Teresina Greco, Rosina e Margherita Scudero; delle “signorine” Cannizzaro di Belmontino, La Spina, Malerba, Papale non è dato conoscere il nome.

Nella cerimonia svoltasi nella sala dell’Ottagono nel giorno 11 novembre, in occasione della ricorrenza del compleanno del re, alla professoressa Cecilia Deni spettò l’onore di leggere dei versi da lei stessa composti; segui il concerto della “signorina” Caporaso e del tenore Pappalardo.

Tra le protagoniste degli spettacoli musicali l’Albo illustrato cita la pianista Angelina Spedalieri, la “signora” Ida Fischetti e la “signorina” Barreca, le “signore” Ikso e Koralek. Nelle citazioni dell’Albo illustrato alle presenze femminili è spesso riservato un generico “signora” o “signorina”, in luogo della qualifica professionale. Così vuole la storia scritta dagli uomini.

L’industria della liquirizia. Nella Mostra delle Arti manifatturiere, delle Industrie e dei Commerci della Provincia di Catania del 1907 l’industria della liquirizia era rappresentata dagli imprenditori italiani La Rosa Pastore e Bernardo Fichera, questi presente con preparati di liquirizia e conserve alimentari.

Particolarmente fiorente tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, l’industria italiana della liquirizia aveva i suoi stabilimenti nell’Italia meridionale. Iniziata alla fine del Seicento con le prime produzioni calabresi che da Livorno raggiungevano i principali mercati dell’Europa, la cultura industriale dell’estrazione si diffuse all’inizio del Settecento in altre aree della penisola come la Sicilia, minacciando la supremazia qualitativa e quantitativa dei produttori spagnoli. Nella seconda metà dell’Ottocento la liquirizia, molto richiesta per le sue proprietà coloranti  e medicinali, occupava un posto di rilievotra i prodotti agricoli oggetto di coltivazione, lavorazione e commercio nel territorio etneo. I processi produttivi erano di tipo artigianale: dalle radici della liquirizia, infuse in acqua calda fino ad addensarsi, si otteneva l’estratto da confezionare in bastoncini, pastiglie o sciroppi.

39 Fabbrica liquirizia San CristoforoNell’ultimo decennio del secolo Catania era tra le massime produttrici della liquirizia, esportataverso le città italiane ed europee e, persino, in Giappone e in Australia. I maggior stabilimenti per la lavorazione delle radici e del succo di liquirizia, sorgevano nell’area, compresa tra i quartieri San Cristoforo e Fortino. Spiccavano tra gli imprenditori, oltre agli italiani già ricordati, gli stranieri Adamo Kaemmerer, Ottone Geleng, Jacques Ritter, i fratelli Bartolomeo e Cristiano Caflish. (Nella foto la facciata e il camino di un’ex fabbrica di liquirizia nel quartiere san Cristoforo).

Adamo Kaemmerer che possedeva una fabbrica anche a Taranto con il marchio “Guisberti”, per le biglie di liquirizia prodotte a Catania scelse un marchio con l’immagine di una corona reale e la parola “Regina”.

Il marchio utilizzato dalla ditta Fichera, sin dalla fondazione, dava risalto alle proprietà medicinali del prodotto: la parola in corsivo “Sanagola”, sotto la quale era disposta la scritta a caratteri maiuscoli PASTIGLIE-LIQUIRIZIA FICHERA, era ospitata in cima a una conchiglia, posta ad ornamento di un busto femminile con abito scollato, braccia nude e capo coperto da un velo spagnoleggiante; ai lati della figura femminile si disponevano due scritte a caratteri maiuscoli, l’una CONTRO L’INFLUENZA E LA RAUCEDINE a destra e a sinistra l’altra LA TOSSE FACILITA L’ESPETTORAZIONE.

Le naturali modificazioni del mercato, il calante impiego della liquirizia nelle produzioni chimico-farmaceutiche, la crescente richiesta di terre da destinare alle coltivazioni, avviarono la crisi del settore che con la prima guerra mondiale raggiunse il culmine della caduta. Sorta nel 1894 in via Mulino a vento, la fabbrica di Bernardo Fichera continuò la lavorazione della liquirizia, dal materiale grezzo al prodotto finito, sino alla seconda metà del Novecento.

Gli imprenditori stranieri. Appartenevano in massima parte ad aziende siciliane i marchi esteri, esposti nelle corsie della II Esposizione Agricola Siciliana e Mostra Campionaria Nazionale.

Sin dalla metà dell’Ottocento, la Sicilia esercitò un forte richiamo sugli imprenditori stranieri in possesso di ingenti capitali e in cerca di lauti guadagni. Le due spinte del flusso “immigratorio” proveniente dal nord Europa, l’una foriera di sviluppo e l’altra foriera di sfruttamento, non furono sempre distinte e contrapposte, pur se il fenomeno nel suo complesso, tra luci ed ombre, ebbe positivi effetti di ricaduta nel territorio dal punto di vista economico e culturale.

La Sicilia divenne meta di una numerosa schiera di stranieri, attirati dalle possibilità che l’economia isolana sembrava offrire alla cultura d’impresa. La rilevanza del fenomeno è attestata dai dati di fatto. Erano francese e belga le prime società che ottennero l’appalto per l’illuminazione a gas delle città isolane, a dire il vero con risultati carenti per i consumatori. Erano straniere anche le società che con un lungo contenzioso ritardarono l’erogazione della luce elettrica nella città di Catania. Fu una società francese a costruire il discusso viadotto della Marina per la linea ferroviaria Messina-Siracusa. (Nella foto il viadotto ferroviario della Marina).40 Marina3

Veniva dalla Gran Bretagna Robert Trewhell o Trewhella, l’imprenditore che negli anni Settanta, per conto di una società inglese, costruì la linea ferroviaria Palermo-Corleone. Stabilitosi a Catania, dove nel 1886 fondò la “Società Siciliana di Lavori Pubblici”, costruì la Circumetnea e la tranvia a vapore Raddusa-Agira: l’una, inaugurata nel 1897, con il suo tracciato da Catania a Riposto intorno al vulcano indirizzava verso il porto etneo la produzione agraria dell’interno e delle coste; l’altra velocizzava il collegamento con le zolfare di Sant’Agostino di proprietà di Trewhell, che possedeva inoltre molti agrumeti nel territorio etneo e anche alcuni alberghi, tra i quali l’Excelsior 41 Circumetneadi Palermo. (Nella foto il tracciato ferroviario della Circumetnea).

Svolgevano anche attività di commercio di cereali e zolfi i titolari della fabbrica di asfalto presso il Gazometro, gli inglesi Enrico e Alfredo Aveline, chiamati in causa dal Comune nel 1891 per la difettosa esecuzione dei lavori in piazza Stesicoro, dove il manto di asfalto si deformò per effetto della temperatura estiva.

Tra le imprese straniere titolari delle raffinerie di zolfo in via Messina, quali la “Wastz Giuseppe & Figli” e la “Emilio Fog & Figli”, spicca il nome dei Trewhella, proprietari di numerosi stabilimenti, tra i quali la fabbrica di solfuro di carbonio “L’Insulare”, fondata nel 1892 da Giovanni Trewhella, figlio di Roberto, e da Edward Thrupp. Impiantata in via Strettoia alla Plaja, in un sito disabitato, “L’Insulare” fu trasferita nel 1901 per essere insediata nel popoloso borgo marinaro di Ognina, nel luogo dello stabilimento dell’antica fonderia Borgetti al Rotolo, in via Ognina.

La dislocazione degli insediamenti industriali degli Aveline presso il Gazometro e dei Trewhella nel borgo marinaro di Ognina fu al centro della reiterata azione di protesta da parte degli abitanti, con buona ragione preoccupati per le emissioni altamente inquinanti delle fabbriche. Ancora nel luglio 1907, quando la città celebrava i fasti dell’Esposizione, la popolazione di Ognina, provata dal reiterarsi di gravi incendi, chiedeva alle autorità competenti l’allontanamento de “L’Insulare” dalla borgata. La richiesta ebbe scarso effetto, se nel 1927 lo stabilimento manteneva l’insediamento ed era segnalato da un settimanale nazionale come affermata fabbrica di prodotti chimici e industriali. Così vuole la storia scritta dagli industriali. (Nella foto il porticciolo di Ognina prima che si costruisse il ponte del lungomare negli anni Sessanta).42 Ognina

Erano straniere molte ditte operanti nel campo delle attività di importazione ed esportazione, a cominciare dalla “Matthey e Jeans” fondata nel 1856 da Francesco Matthey e Giovanni Jeans, i quali nel 1862 costituirono due case commerciali distinte, l’uno la “F. Matthey & C.” e l’altro con Giacomo Rose la “Jeans Rose e Co.”. Altre ditte seguirono: la “Elia Montandon e Co.”, fondata nel 1887 dai francesi Emilio Fonteneau ed Elia Montandon, questi titolare di una salumeria in piazza Duomo n. 46; la “Hoitz Brugnone e Co.”, fondata nel 1892 dal tedesco Pietro Giuseppe Hoitz e dallo svizzero Giacomo Durst; la “Schweitzer e Co.”, fondata nel 1892 dai tedeschi Giulio Baurittel e Paolo Schweitzer. Nello stesso settore gli stranieri erano presenti anche in veste di singoli operatori: lo svizzero Jacques Ritter, titolare della ditta “I. Ritter” con magazzini in via Di Prima n. 63; gli svizzeri Rodolfo Spahr ed Enrico Eberle, che era anche agente di società di assicurazioni; i greci Pittaco Stratigopulo e Cristo Smirniudy, il tedesco Franz Zipper.

Nel commercio del vino e del carbone fossile era impegnato Arturo Wade Elford con la ditta “A. W. Elford e Co”, che operava anche come agenzia di battelli a vapore ed effettuava operazioni bancarie; attivo pure nel settore assicurativo, Elford nel 1895 fu consigliere di amministrazione
della "Società Siciliana di Lavori Pubblici”.

Facevano capo a stranieri le società di assicurazioni “Etna” e “Alleanza”, fondate nel 1872. La società “Etna” apparteneva allo svizzero Eduardo Dilg, personaggio di spicco della vita economica catanese. La società “Alleanza” faceva capo all’inglese Enrico Aveline e ad Augusto Peratoner, figlio di Antonio, un imprenditore nato austriaco in età pre-unitaria e divenuto di nazionalità italiana in età post-unitaria.

Anche alcune attività commerciali di vendita al dettaglio erano gestite da titolari stranieri: il negozio di pipe e bocchini dell’ungherese Enrico Pollack, il negozio di orologi dello svizzero Adolfo Huguemin, il negozio di pianoforti del tedesco Gustavo Melhop, la gioielleria del tedesco Giulio Baurittel in via Etnea, la cartoleria di Guglielmo Trebillon in via Etnea n.156, i negozi di alimentari del francese Elia Montandon e degli svizzeri Fratelli Stecher. Era intitolata “Lamberger e C.” la ditta di Catania, che nel suo stabilimento alla Barriera aveva la rappresentanza dell’azienda “I. e V. Florio di Marsala”. Era di Gustavo Kockel la proprietà dell’Hotel “Grande Bretagne” all’angolo tra via Biondi e via Antonino di Sangiuliano. Apparteneva ai Fratelli Tscharner la “Birraria Svizzera”, con deposito di birra di Monaco, di vini e liquori nazionali ed esteri.

Erano stranieri i titolari di numerose industrie: la già citata fabbrica di mobili dello svizzero Giovanni Wäckerlin; la fabbrica di cotoni cucirini degli svizzeri Theodor Rietmann e Pietro Aellig, sita in via Vecchia Ognina, nn.64-68; la fabbrica di liquori dello svizzero Giacomo Stecher; la fabbrica di carne in conserva della ditta “G. Stecher e Fratelli”; la “Oliera etnea” dell’inglese Roberto O. Franck e soci in piazza dei Martiri n.14, presente nella mostra provinciale del 1907; la fabbrica di conserve dello svizzero Giacomo Sandmeyer in via Cordai n.14; la fabbrica di conserve di H. Finkler in via Acquedotto Greco n.49; le fabbriche di gazzosa e birra di J. T. Ravoire e di G. Barandon; le fabbriche di liquirizia di Ottone Geleng, proprietario di un grande opificio sito nelle vie Santa Maria della Catena e Acquedotto Greco, di Adamo Kaemmerer e dei fratelli Caflisch in via Greco n.1.

Una famiglia austro-ungarica. Dalle attività commerciali intraprese nel capoluogo etneo trasse origine la fortuna economica di Antonio Peratoner (1803-1884). Nato a Pordenone, giunse a Catania da cittadino austriaco con la moglie Mathilde Mittelholtzer prima del 1834, quando venne registrata la nascita del primogenito Giuseppe. L’attività di Peratoner iniziò con l’esportazione 43 Palazzo Peratonerdel cotone, trasferito allo stato greggio nelle industrie tessili della penisola. La famiglia prese dimora in via Garibaldi n.57, nel piano nobile di un palazzo magnatizio, ubicato nel quadrante sud-ovest di Piazza Mazzini; nelle botteghe terranee dell’edificio, acquistate con l’appartamento, si svolgeva l’attività commerciale del capofamiglia. (Nella foto il portale del palazzo in via Garibaldi n.57, dove rimangono, applicate al ferro battuto della lunetta, le iniziali di Antonio Peratoner).

Titolare della ditta “Antonio Peratoner” che trattava cotone, filati e chincaglierie, l’imprenditore estese la sua attività in vari settori, dal commercio di zolfi e cereali alle operazioni bancarie. Nel 1864 con la costituzione della ditta “A. Peratoner e figli” si associò ai figli Giuseppe ed Augusto per ogni impresa, tolte le attività della ditta individuale già esistente a suo nome.

Nel 1870 il figlio Augusto acquistò all’asta pubblica la selva piccola del convento di Santa Maria di Gesù, per costruirvi la propria residenza. Già adibito a cimitero della comunità religiosa, per concessione dei frati, in epoca pre-unitaria il terreno aveva dato sepoltura anche ai defunti appartenenti alla folta colonia di protestanti presenti in città. La soppressione degli ordini monastici e la confisca dei loro beni, in epoca post-unitaria, posero fine alla concessione.

Negli anni Settanta iniziò l’arco discendente dei Peratoner, solo temporaneamente arginato dalla moglie di Augusto, che per non venire meno alla tradizione austro-ungarica di famiglia aveva sposato Emilia Jacob, una ricca ereditiera di origine germanica. Figlia dell’imprenditore Eduardo Jacob e di Emilia Anders, appartenenti alla colonia tedesca presente a Catania, la moglie di Augusto riscattò la proprietà della selva piccola già nel 1871 e per anni sostenne con prestiti le ditte dei Peratoner, senza poterne evitare il fallimento che fu dichiarato nel 1892. Nel volgere delle vicende debitorie Antonio Peratoner mancò nel 1884, a un anno dalla morte della moglie Mathilde; entrambi trovarono sepoltura nel terreno della selva piccola.

La costruzione del fabbricato di due piani, che grazie al tetto a spioventi meritò il soprannome di “chalet svizzero”, fu portata a termine solo nel 1897. Nella villa di piazza Santa Maria di GesùEmilia Jacob visse, anche dopo la dipartita del marito nel 1902, sino alla morte nel 1920. (Nella foto la piazza Santa Maria di Gesùcon villa Carcaci e villa Peratoner).44 SMariaGesùpiazza 1904

Messa in vendita dagli eredi, la proprietà stentò a trovare acquirenti, a causa dell’imbarazzante presenza delle tombe. Solo sul finire degli anni Trenta fu acquistata da Salvatore Gangemi, un ricco commerciante che, trasferite le salme dei Peratoner e delle loro domestiche nel locale cimitero, restaurò la palazzina e nel 1951 ne costruì una seconda gemella. A distanza di tre anni la proprietà passò ai suoi legittimi eredi, la villa Emilia  al figlio e la villa gemella alla figlia. Venduta nel 1956, la villa Peratoner fu demolita nello stesso torno di tempo della villa Carcaci, per far posto a due edifici alti dieci piani.

La colonia svizzera. Il flusso migratorio dalla Svizzera fu il più imponente a Catania e diede vita a una consistente colonia elvetica, che, insediatasi stabilmente nella città, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento contribuì allo sviluppo economico e industriale del territorio.

In quell’arco di tempo gli svizzeri erano la seconda comunità straniera in Italia, dopo gli austriaci. Il loro insediamento nei diversi centri della penisola diede luogo al nascere di vere e proprie colonie con caratteristiche analoghe. Per quanto aperte all’integrazione, le comunità elvetiche intesero custodire il legame con la madrepatria, con la fede protestante, con la madrelingua, fosse il francese, il tedesco o il romancio, quarta lingua ufficiale del cantone dei Grigioni. A cementare il rapporto tra i membri di ciascuna colonia concorreva l’associazionismo, fondato sul patto di mutua solidarietà. I luoghi di aggregazione erano il Circolo Svizzero, la Casa Elvetica, la Scuola Svizzera.

Anche Catania ebbe un Circolo Svizzero, una Casa Elvetica, una Scuola Svizzera.Su iniziativa della nutrita comunità elvetica nacque il “Deutschschweizer Klub”, Circolo Tedesco-Svizzero, fondato con sede in via Mirone il 30 dicembre 1880 da Christian e Balthasar Caflisch, Eduard Dilg, Jacques Ritter, Peter Aellig, Eduard Brieger; in seguito alla partenza dei tedeschi richiamati in patria per la prima guerra mondiale, divenne “Schweizer Klub”, Circolo Svizzero.

Fondamentale per assicurare continuità alla cultura e ai valori della madrepatria era la questione dell’istruzione scolastica dei figli.Il primo nucleo della scuola svizzera di Catania fu la casa della 45 Scuola Svizzerafamiglia Caflisch che, insediatasi stabilmente nel capoluogo etneo, decise di affidare l’istruzione dei figli alle cure di un’insegnante svizzera; l’effetto di richiamo che le lezioni ebbero sugli altri bambini pose le premesse per l’istituzione di una scuola privata di lingua tedesca funzionante secondo l’ordinamento scolastico del cantone di Zurigo, in grado di offrire ai figli un’adeguata istruzione in vista del proseguimento della carriera scolastica nella Confederazione.(Nella foto un gruppo di alunni con il maestro).

Nei locali del Club Tedesco-Svizzero fu aperta nel 1902 la “Scuola Svizzera” e nel1904 fu istituita l’Associazione Scuola Svizzera di Catania. Sospesa temporaneamente nel 1907 per mancanza di alunni, l’attività di insegnamento ricominciò nell’autunno del 1909 con l’assunzione del maestro Jakob Brunett rimasto a insegnare nella “Scuola Svizzera” per trentacinque anni. Acquistato il terreno nel 1925, in via M. R. Imbriani n.32 sorse la Casa Elvetica, dove dal 1928 ebbero sede la Scuola Svizzera e il Circolo Svizzero. (Nella foto la Casa Elvetica di Catania).46 Casa Elvetica 007

La fede religiosa era anch’essa motivo di aggregazione per le colonie elvetiche, insediate in un paese di credo cattolico. La presenza degli svizzeri di fede prevalentemente valdese e, in generale, degli stranieri di fede protestante, fu decisiva per lo sviluppo delle chiese evangeliche, sino ad allora relegate ai margini della vita religiosa dalla massiccia preminenza della fede cattolica.

Oltre che allo sviluppo e alla crescita dell’economia e della cultura catanese, la colonia svizzera contribuì anche alla diffusione del gioco degli scacchi in città. Furono appassionati scacchisti Baldassarre Caflisch, Theodor Rietmann e Pietro Aellig. Si racconta che il centro dell’intensa attività scacchistica catanese fosse la Torre Alessi, che 47 TorreAlessi 1915ospitava in terrazza una scacchiera di marmo, fissamente ancorata, per le partite tra i giocatori che frequentavano l’alto edificio. (Nella foto del 1915 la Torre Alessi, costruita da Carlo Sada intorno al 1886 su commissione del cav. Salvatore Alessi Asmundo e demolita negli anni Sessanta per ragioni di speculazione edilizia).

Uno dei primi svizzeri a trasferirsi a Catania, dove giunse nel 1851, fu Eduardo Dilg negoziante in tessuti, esportatore di prodotti siciliani, fondatore della società di assicurazioni marittime “Etna”, titolare di un opificio per sgranellare il cotone. Era svizzero Giacomo Stecher, il quale iniziò la sua attività a Catania come fabbricante di liquori, ricavando ampi profitti dall’impresa, ancora attiva all’inizio del Novecento. Nel 1868 si associò ai fratelli Francesco e Giovanni, con i quali fondò la ditta “G. Stecher e Fratelli”, titolare di negozi in piazza Duomo per la vendita al dettaglio di generi alimentari, con deposito in via san Giuseppe e succursale a Caltanissetta; la ditta era titolare anche di una fabbrica di carne in conserva. Era svizzero Giacomo Sandmeyer, che nel 1880 fondò uno stabilimento per la produzione di pomodoro in conserva, quindi impiantò una fabbrica di scatole di latta e poi aprì una succursale a Siracusa.

Il processo di integrazione degli svizzeri fu tale da introdurli appieno nella realtà cittadina con incarichi di rilievo. Nato a Basilea nel 1820, Eduardo Dilg ricoprì la carica di presidente della Camera di commercio di Catania dal 1870 al 1877, anno della sua morte. Cristiano Caflisch, oltre ad essere stato per molti anni amministratore della locale Camera di commercio, fondò la Banca Industriale e Commerciale di Catania, della quale fu presidente. Commerciante in zolfi e pietre, titolare di una raffinaria di zolfi, agente della compagnia di assicurazioni per i trasporti “Schweiz” di Zurigo, Eduardo Brieger ricoprì nel 1883 la carica di presidente del Club dei commercianti di Catania. Titolare di una ditta specializzata nel commercio e nell’esportazione di prodotti minerari e agricoli, iniziatore della commercializzazione del pistacchio di Bronte nei mercati esteri, Jacques Ritter, nel 1894 fu presidente del Consiglio di amministrazione della “Società di Lavori pubblici”, fondata da Robert Trewhell.

Tra i numerosi commercianti, esportatori, banchieri, imprenditori, negozianti di origine elvetica, oltre a Giovanni Wäckerlin di cui si è detto, spiccano Pietro Aellig, Giovanni e Giorgio Tscharner, Bartolomeo e Cristiano Caflisch, Alessandro Caviezel.

Trapiantatosi in Sicilia nel 1886, Pietro Aellig era contitolare con Theodor Rietmann, oltre che della fabbrica di cotoni cucirini sita in via Vecchia Ognina, anche della società «Rietmann & Aellig» che effettuava operazioni bancarie e si occupava della rappresentanze di prodotti svizzeri e dell’esportazione di vini siciliani. Nella città etnea Aellig svolse una intensa attività commerciale e imprenditoriale che gli meritò il titolo di cavaliere della corona d’Italia. Fu azionista della Società Anonima Cementi Etna, del cotonificio Feo, della Banca Industriale e Commerciale e di molti altri istituti. Socio fondatore del “Deutschschweizer Klub” di Catania, ne ricopri la carica di presidente nel 1900. Dopo la morte, avvenuta nel 1911 a Zurigo, dove si trovava in vacanza, le sue spoglie furono trasferite a Catania per le onoranze funebri che la città tenne a tributargli.

I fratelli Giovanni e Giorgio Tscharner furono i fondatori della “Birraria Svizzera”, aperta nel 1890 a Catania al pianterreno del palazzetto Biscari in via Etnea; ai due saloni del locale si accedeva da piazza Santa Nicolella. Fortemente lusinghiero è il commento che si legge nella Guida del viaggiatore, stampata nel 1899 in edizione rinnovata da Galatola: «Della vita catanese, assai più che i caffè, sono importantissimi fattori i Circoli, ove sia di giorno che di sera si riuniscono i soci che ne fanno parte: la Birraria Svizzera, rimpetto la posta è un locale di convegno che dà un’idea della vita di caffè delle città del continente. È molto frequentata; essa per Catania è il Caffè Aragno di Roma». L’edificio citato nella Guida come dirimpettaio alla Birraria in piazza 48 Palazzo della Banca Nazionale Poste e Telegrafi 1891Santa Nicolella è il Palazzo della Banca Nazionale Poste e Telegrafi, progettato da Carlo Sada. (Nella foto del 1891 il Palazzo della Banca Nazionale Poste e Telegrafi, ora sede della Questura).

Nel 1903, presi in affitto alcuni locali terranei prospicienti sul fronte orientale di palazzo Tezzano, i fratelli Tscharner trasferirono la “Birraria Svizzera” al n.141 di via Etnea,all’angolo con via Monte Sant’Agata. Nella nuova sede il locale disponeva di più vani, corridoi, cortiletti, bagni e, soprattutto, di un grande salone con tettoie a cristalli e gallerie a giro. La “Birraria Svizzera”funzionò anche da sala cinematografica fino al 1915, quando il locale fu oggetto di una radicale ristrutturazione, interamente progettata da Paolo Lanzerotti, dalla planimetria all’arredamento. Nel nuovo assetto la “Birraria Svizzera” constava di sei sale, separate da pannelli di vetro entro telai in ottone; le pareti erano foderate fino a una certa altezza da un lambris in legno di quercia. Il prospetto rivestito da lastre di marmo si apriva con tre luci in via Etnea nn.141-145. (Nella foto il prospetto della “Grande Birraria Svizzera” dei Tscharner nel rifacimento di Paolo Lanzerotti).49 Birraria Svizzera

Chiusa la “Birraria Svizzera”nel dicembre 1922, l’attivitàrilevata da Giuseppe Lorenti proseguì negli stessi locali con il “Gran Caffè Lorenti”. Nel 1949 le botteghe divennero sede dei nuovi magazzini UPIM, aggiuntisi a quelli aperti nel 1928 ai Quattro Canti e trasferiti dal 1933 nei locali terranei del palazzo dei marchesi di Sangiuliano lasciati da 50 Rinascente 1923“La Rinascente” che vi si era insediata nel 1923. (Nella foto del 1923 i locali de “La Rinascente” nel palazzo dei marchesi di Sangiuliano).

I marchi svizzeri più longevi. I fratelli Caflisch, Alessandro Caviezel come il suo socio Ulrico Greuter provenivano dal Cantone dei Grigioni, l’unico trilingue dove si parla il tedesco, l’italiano e il romancio.

Originari di Trin, Bartolomeo e Cristiano Caflisch appartenevanoa un ceppo familiare di origine grigionese, emigrato dalla Svizzera per stanziarsi nell’Italia meridionale e in Sicilia. Insediatisi a Catania fondarono nel 1876 la ditta “Fratelli Caflisch”, sotto il cui marchio svolsero una vivace attività imprenditoriale: importazione di manifatture, vetrerie e terraglie; esportazione di prodotti siciliani; vendita all’ingrosso e al dettaglio. Titolari dal 1894 di una fabbrica di liquirizia in via Greco n.1, Bartolomeo e Cristiano esercitarono anche l’attività bancaria con il Banco Caflisch avente sede in via Biondi n.8. (Nella foto il marchio della ditta “Fratelli Caflisch” produttrice di liquirizia).51 Caflish marchio

La ditta “Fratelli Caflisch” rimase sul mercato sino al penultimo decennio del Novecento, nota soprattutto per l’attività commerciale di vendita al dettaglio di tessuti e casalinghi, avviata in seconda generazione nel grande negozio insediato nei locali terranei del palazzo Tezzano all’angolo tra via Etnea e piazza Stesicoro. (Nella litografia di Zurria del 1848 il 52 PalazzoTezzano  Zurriaprospetto del palazzo Tezzano).

Il rapporto della famiglia svizzera con la città di Catania si incrinò nel 1970 in seguito all’omicidio di Giovanni Caflisch, ucciso nel corso di una rapina in via Recalcaccia, nelle vicinanze di via Biondi dove aveva avuto sede il Banco di famiglia.Celebrato il centenario nel 1976, l’attività fu divisa nel 1988 con l’ingresso dell’ultima generazione: ad Arturo Caflisch con i figli Andrea e Reto spettò il ramo biancheria, tessuti e abbigliamento di Via Etnea 129-137; a Claudio Caflisch con i figli Luigi, Umberto e Raffaella spettarono il ramo casalinghi e regali in Via Etnea 125-127 e il ramo forniture alberghiere in via Dusmet. A distanza di poco tempo arrivò la chiusura definitiva della ditta di marchio ultracentenario.

Di origine grigionese era anche Alessandro Caviezel (1888-1955), lo svizzero che rivoluzionò la tradizione pasticcera catanese. (Nella foto il marchio della Pasticceria Svizzera “A. Caviezel & C.”).53 caviezel marchio

La città vantava rinomati negozi di pasticceria, dei quali fa menzione la Guida del viaggiatore, stampata nel 1899 in edizione rinnovata da Galatola.All’inizio del Novecento, a Catania i dolcieri di spicco erano Liotta e Cristaldi in via Mancini, i fratelli Abramo ai Quattro Canti, Savia e Tricomi in via Etnea. Il locale di Tricomi, insediato nei vani terranei del palazzo dirimpetto al fronte orientale del Municipio, disponeva anche della corte interna; noto come bagghiu, era punto di ritrovo dei fedelissimi di Giuseppe De Felice Giuffrida.

Dal Cantone dei Grigioni Alessandro Caviezel partì giovanissimo, insieme con Ulrico Greuter.Stabilitisi in Sicilianel 1900, i due amici trovarono lavoro presso la pasticceria palermitana apertanel 1870 dai connazionali Caflisch. Nel 1914 Alessandro Caviezel e Ulrico Greuter si trasferirono a Catania eaprirono la Pasticceria Svizzera “A. Caviezel & C.”, da loro fondata in società per metà dei capitali e per la restante metà con l’aiuto di Vittorio Caflish il quale, appartenendo alla famigliasvizzera insediata nella città etnea, poteva contare sul Banco Caflisch. (Nella foto il prospetto 54 Caviezel pasticceriadella Pasticceria Svizzera “A. Caviezel & C.”).

La Pasticceria Svizzera “A. Caviezel & C.” ebbe sede in via Etnea n.202, dirimpetto alla “Birraria Svizzera” dei Fratelli Tscharner; il primo piano, poi utilizzato per gli uffici, fu adibito a foresteria per alloggiare i pasticceri svizzeri, austriaci, tedeschi, ungheresi che Alessandro Caviezel richiamò a Catania. Superate le difficoltà iniziali causate dallo scoppio della prima guerra mondiale, l’azienda svizzerasegnò il punto di svolta nella tradizione dolciaria catanese, rivisitata alla lucedella pasticceria mittleuropea: introdusse nella preparazione dei dolci il burro, in luogo della sugna, e la panna; si impose per l’alta qualità dei prodotti e per l’attenzione alla materia prima, dal latte alla farina; aggiunse alla tradizione locale un tocco di raffinatezza e un calcolato “bilanciamento degli ingredienti” di marca europea.

All’inizio degli anni Venti in via Fischetti fu aperto un grande stabilimento per la preparazione dei prodotti destinati al punto di vendita in via Etnea n.202. Nel 1925, nel famoso bagghiu di Tricomidi fronte al palazzo municipale con annesso locale all’aperto, fu inaugurata la succursale in via Etnea n.32, destinata a diventare punto di ritrovo dell’élite catanese e luogo di convegno degli intellettuali.

Nella sua terza visita a Catania dell’agosto 1937, Benito Mussolini nello sfilare in via Etnea tra ali di folla non gradì il riferimento geografico nell’insegna della Pasticceria, e ne pretese l’eliminazione poiché la Svizzera era rea di aver sottoscritto le sanzioni contro l’Italia in seguito all’attacco sferrato all’Abissinia nel 1935.

La seconda guerra mondiale segnò una fase di grande criticità per le famiglie svizzere, per le quali il console Carlo Caflisch ottenne il permesso di restare in città, mentre i giovani divisi in tre gruppi dovettero trasferirsi a Bronte, a Enna e a Caltagirone. Molti nuclei familiari rimasero separati per anni dai figli maggiorenni, che allo scoppio del conflitto si trovavano già in Svizzera per proseguire gli studi. Fu questo il caso di Luca, Stefano e Mario Caviezel, che rientrarono in Italia solo nel 1946.

Nel dopoguerra, alcuni svizzeri di ultima generazione proseguirono l’attività di famiglia a Catania. Così fecero Luca, Stefano, Mario, Anna Maria e Reto Caviezel, che nel 1955, alla morte del padre, gli subentrarono nella gestione dell’azienda. (Nella foto il prospetto della Pasticceria Svizzera “A. Caviezel & C.”).55 caviezel esterno

Restaurata nel 1949, la Pasticceria Svizzera “A. Caviezel & C.” riconquistò il suo ruolo di eccellenza, che mantenne sino alla cessazione dell’attività. Tra le varie iniziative intraprese da Caviezel si annovera la “centralina del latte” per la distribuzione di latte e yogurth chiusa nel 1954 per il sopraggiunto regime di monopolio del Comune,la gestione del prestigioso Lido dei Ciclopi, l’apertura del caffè-ristorante in piazza Europa nel 1970, anno che vide la dipartita di Ulrico Greutere, ormai ultranovantenne. Nell’arco di poco tempo iniziò l’inesorabile declino dell’attività, che portò alla chiusura della succursale in via Etnea n.32 nel 1976, del caffè-ristorante in piazza Europa nel 1977 e, infine, del negozio in via Etnea n.202 nel 1979.

I marchi svizzeri delle ditte Caflish e Caviezel rimangono legati a una stagione di ottimistiche speranze che, chiusi i tempi oscuri di due guerre e di un regime totalitario, parve rigenerarsi nelle allettanti prospettive della resurrezione postbellica e del miracolo economico. Di quella stagione non rimane traccia, se non nei nostalgici ricordi dei meno giovani; non v’è alcuno a Catania, ove abbia avuto il piacere di assaggiare le rinomate pizzette di Caviezel, che ne abbia dimenticato l’ineguagliabile sapore.

Titolari di uno straordinario primato di longevità, i negozi delle due famiglie di origine grigionese rimasero aperti per molti decenni in via Etnea a breve distanza: il negozio Caflish sul fronte est, dove affacciavano la farmacia Spadaro Ventura, la Sala Roma, il Gran Caffè Lorenti, la Rosticceria Giardini, via via scomparsi; sul fronte ovest la Pasticceria Svizzera “A. Caviezel & C.”, vicino all’albergo Central Corona, ora Hotel Palace. 56 ViaEtnea piazza Stesicoro(Nella foto di inizio Novecento la via Etnea all’altezza di piazza Stesicoro).

Con i Caflish e i Caviezel, ultimi svizzeri di spicco attivi sul mercato sino a tempi non troppo lontani, si chiude questa rassegna di uomini e donne, che dà plastica evidenza al ruolo di emporio di risorse e ganglio di commerci offertosi a Catania tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quando il sogno della “Milano del Sud” trovò vetrina nella II Esposizione Agricola Siciliana e Mostra Campionaria Nazionale del 1907.

È un passato che mal si attaglia all’attuale desertificazione economica. È la prova di un’Europa che ha ragion d’essere nella reale volontà dei popoli, piuttosto che nelle regole teoriche dei trattati.

AVVISO AI LETTORI

Seguirà la pubblicazione della parte V, Catania: l’Esposizione del 1907, una stagione che fu.

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